martedì 24 settembre 2013

Souvenirs da Trieste



Sono arrivata a Trieste in treno (da Venezia dove mi sono recata per fingermi una ragazza colta in visita alla Biennale d'Arte) arrivata alla stazione ad attendermi la cara amica Laura. Insieme abbiamo raggiunto a piedi, io Laura e il mio maxi borsone, il ristorante greco nel Ghetto ebraico, proprio dietro l'elegante Piazza dell'Unità d'Italia. Dopo aver mangiato greco e aver già saggiato il profumo cosmopolita di questa città portuale, ci rechiamo in giro per il centro (mollando il borsone al ristorante). Quando finiamo "il giro" è già notte fonda, e il ristorante chiuso e serratissimo, con dentro il mio borsone. Torniamo quindi a casa, io e Laura, senza borsone appunto. Prima però ci fermiamo ad ammirare il molo, pieno di luci ed elegnatissimo nelle sue vesti notturne e silenziose. 


Il giorno dopo quindi indosso ancora gli abiti del giorno prima a Venezia (la doccia però l'ho fatta, tranquilli!): un delizioso abito lungo in lino, che ho comprato qualche anno fa a Tossa De Mar, in gita scolastica. Con questo abitino mi reco quindi in giro per la città, turista solitaria. Laura, infatti, lavora. 

(foto a sx: eccomi a Venezia con Edoardo, notare il vestito che ricorre anche negli autoscatti di Miramare)

Poi a Miramare, luogo meraviglioso dove sorge il Castello del Fu Massimiliano, arciduca d'Austria e imperatore del Messico (dove morì fucilato) e della moglie Carlotta del Belgio. Il Castello è sul mare e si gode di una vista meravigliosa di tutta la costa triestina, e sorge dentro quello che è oggi un parco naturale. All'interno del Castello segnalo tra gli appartamenti imperiali, la “cabina”, la stanza di Massimiliano, concepita come la cabina di una nave (e in effetti confermo la sensazione è proprio quella, visto che sembra di sfiorare l'acqua del mare). E l'appartamento del Duca D'Aosta dei primi decenni del Novecento, in stile razionalista.


verso Miramare


a modo mio volevo fare una foto "artistica" col pennuto e il castello, ma ovviamente il pennuto è volato via

(ecco il mio autoscatto - idiota- a Miramare!) 


Il giorno successivo a Miramare, avevo trascorso qualche ora nel centro di Trieste, e acquistato un pacchetto turistico con l'intento di visitare in modo ottimale (tempo/conoscenza) il centro storico, perché a zonzo c'ero già andata per le strade della città, ma pensavo che una guida vivente (magari triestina!) avrebbe potuto darmi qualche aneddoto in più sulla Trieste “underground” (tutto quello che sulla guida non trovate !) . Invece è stato un autentico fiasco, e l'ho capito dopo due minuti, quando, dopo una sontuosa colazione, recatami nel luogo dell'appuntamento proprio in Piazza Dell'Unità mi rendo conto che la mia “fantastica guida” è una donna francese imbeccata di nozioni generali, facilmente reperibili in qualsiasi guida cartacea. Ormai i soldi li avevo spesi, e quindi mi sono costretta a seguire questa tale in giro tra Arco di Riccardo, Teatro Romano, Cattedrale di San Giusto etc, con sconosciuti compagni di gita. Decido di interrompere quel supplizio, per anticipare la mia gita alla Grotta Gigante, a Sgonico. Salgo sul bus, accanto a me siede un'arzilla vecchietta che mi tiene compagnia fino a Prosecco, dove abita, in questo lungo viaggio per la provincia triestina. La mia fermata, invece, Grotta Gigante. Mi sono recata lì, per ragioni “turistiche”, era tra le “attrazioni” più consigliate. Ma non avevo minimamente idea di cosa mi aspettasse. E forse questa incoscienza ha aumentato la mia sorpresa. La Grotta Gigante, a confine con la Slovenia, è la più grande cavità carsica al mondo, uno spettacolo naturale straordinario che ti toglie il fiato.
È prevista una visita guidata ogni ora, bisogna percorrere un percorso di 1000 scalini totali (come un cartello ti indica al momento del biglietto), dall'ingresso alla cava ci sono circa 100 metri di profondità. E la temperatura costante è di 11 gradi costanti (io ovviamente non ero attrezzata adeguatamente, quindi vi consiglio un paio di scarpe da ginnastica e felpa se doveste decidere di andarvi). La visita dura circa un'ora ed è sempre guidata da una persona competente, almeno la mia guida era una bravissima geologa, che ha spiegato tutti i fenomeni che stanno all'origine e formazione della Grotta Gigante, che ha una lunga “vita”, 10 milioni di anni !

Si compie quindi questa discesa fino alla Grande Sala dove è possibile ammirare le celebri stalagmiti, come la Colonna Ruggero (qui sotto nella foto). 

 

E poi la risalita seguendo il sentiero Carlo Finocchiaro che percossero i primi esploratori nel 1840, si percorre poi un tunnel artificiale, fino al Belvedere dal quale si può ammirare tutta la grotta da un'altezza di 95 metri. Mi sentivo mancare l'aria, non so se per l'altezza o lo spettacolo. Io oltre ad essere l'unica “sola” ero anche in cima al gruppo e quindi arrivando tra i primi al Belvedere potevo osservare tutti ancora sotto risalire. Tutte quelle persone in fila, lungo il percorso mi parevano tante formichine, e la grotta un formicaio. Insomma ero dentro A Bug's Life.

Vi consiglio di vedere questi video di youtube se siete incuriositi dalla Grotta Gigante:
La visita completa della Grotta  e Base Jump nella Grotta


A proposito di guide triestine, vi consiglio Trieste di Jean Morris, che ho comprato in una libreria vicino Piazza dell'Unità, si chiama UBIK e vi ho trovato una commessa molto simpatica e competente (infatti ho comprato anche un altro libro America perduta per prepararmi al viaggio on the road negli USA che avrei fatto pochi giorni dopo) 

Ho scritto di getto, poche parole figlie della nostalgia , questa volta è toccato a Trieste.  Mi scuso per i salti il dsordine e i refusi, ma è una scrittura improvvisa e "da ricordo". E i ricordi sono "disordinati" come ci ha insegnato anche Proust.  Le foto, di pessima qualità, le ho scattate io.  

giovedì 19 settembre 2013

La letteratura può salvare il mondo ?


Nel contesto odierno, le risorse scarseggiano e le prime voci di spesa ad essere eliminate sono quelle – superflue- allo studio, e più in generale alla cultura. Insomma al pensiero, e al nutrimento dell'intelletto. 
Non (c') è tempo -denaro- per pensare.
Una missione importante è quindi affidata agli intellettuali di ogni ordine e grado: dimostrare che la letteratura è salvifica. Una missione importante, ma di certo non di facile compimento se pensiamo ad alcune “autorevoli” pareri al riguardo, ne cito solo uno per tutti, perché ricordare è utile, ma talvolta doloroso:

«Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia.»



Proprio a questa missione della letteratura, occorre votarsi quando ci si accosta a un libro. 
Leggere è un atto salvifico e politico.
Ho letto la Penultima fine del mondo, l'ultimo noir di Elvira Seminara. E subito anticipo che definirlo noir è impreciso. Anzi: pericoloso. Una definizione che finisce per stressare il lettore verso una ricerca spasmodica e poco appagante di morti e assassini. L' invito è quindi a dimenticare questa etichetta “noir”, e a pensare alla Penultima piuttosto come a un esercizio della mente e dello spirito. Dagli esiti imprevisti, oltre che imprevedibili. Un libro impegnativo, che non si adatta alle temperature calde. Piuttosto agli uggiosi pomeriggi autunnali, che sembrano non avere fine.
Arrivati all'ultima pagina la Penultima non è ancora finito, il lettore si sentirà turbato, spossato e anche stupido, perché non sarà subito facile capire cosa è accaduto, forse si ricomincerà a leggerlo. O forse ci stiamo vivendo dentro, in una delle sue dimensioni. 
 Dopotutto non basta sollevare la rete o aprire un libro per scoprirlo? 





PS: Quale durata avrà il mondo? L'esigenza di prevedere il momento e conseguentemente di attrezzarsi in modo adeguato all'evento  è sempre stato un leit motiv dell'umanità.  Scrittori, maghi, registi ( e anche santi come Giovanni vedi Apocalisse) hanno scritto e immaginato che volto avrà questa (penultima) fine-del-mondo, prospettandone gli scenari. Sono giù sopravvissuta chissà a quante fine-del-mondo annunciate in questi 23 anni, di certo ho contezza di due fine-del-mondo. La prima nel 2000 con l'entrata nel terzo millennio e la seconda nel 2012 profetizzata dai Maya. Per quanto mi riguarda ho atteso entrambe le volte di essere protagonista di un evento unico di importanza mondiale, anzi cosmica. Anche se non capivo perché questo onore - essere selezionata in migliaia di anni di umanità- dovesse essere capitato a me, a noi che ci troviamo a campare in questi anni. Che culo!  

Quando ho letto la Penultima fine del mondo, con i suoi strani suicidi che ricordavano il volo degli uccelli, non ho potuto non rievocare Hitchcock (e quando mai!).  
Ovviamente mi riferisco a The Birds. La scena è questa:



mercoledì 11 settembre 2013

Bodie: una tappa imprevista nell' Old West in California


 L'ingresso al parco di Bodie 

È difficile dimenticare i rutti sonanti dei leoni marini impigriti al Pier 39 di San Francisco, Carmel: la borghese cittadina di cui è stato sindaco Clint Eastwood, la cascata dello Julia Pfeiffer Burns State Park nel Big Sur, le montagne russe del parco divertimenti con vista sul mare californiano a Santa Cruz, le sequoie dello Yosemite o il caldo allo Zabriskie Point nella Death Valley ma se dovessi fare una classifica dei luoghi che più mi hanno colpita della California, in vetta a tutti porrei la ghost town Bodie.

Io con vista su Bodie

Gli Stati Uniti e le loro città sono ancora "giovani" e "senza storia": un dato che appare con più evidenza se si è viaggiatori della vecchia Europa. Nessun anfiteatro greco né arco romano da fotografare; tuttavia gli Usa non offrono, per questo, meno emozioni agli appassionati, come me, di storia e viaggi nel tempo.
Bodie è una delle cittadine sorte durante la corsa all'oro californiana nel Secondo Ottocento; nell'arco di pochi anni è diventata una delle città principali della California, con un numero di abitanti che è arrivato fino a 10000. Popolata da delinquenti di ogni sorta, Bodie, con i suoi oltre cinquanta saloon, era teatro quotidiano di disordini e omicidi, luogo di malaffare. 
Marta ed io siamo indecise sugli acquisti da fare nel negozio di moda all'ultimo grido 

Una città all'insegna di sangue, sesso e soldi, dove l'unica legge vigente sembrava essere, quindi, quella eterna delle tre S. Fa impressione pensare al rumore e alla vitalità che dovevano caratterizzare questa piccola Las Vegas di fine Ottocento, tenendo conto della quiete e del silenzio della Bodie odierna, ormai relegata a "quasi città", sospesa tra vita e morte, "fantasma" appunto. E così le strade un tempo pericolose, che pullulavano di pistoleri, sono oggi percorse da solari e innocui turisti in vacanza (dis)armati di sola macchina fotografica. 
















Le uniche automobili che Marta ed io guidiamo con disinvoltura

In uno stato di "arrested decay" ( fatiscenza bloccata), parco nazionale dal 1962, a Bodie il tempo si è fermato e tutto è rimasto com'era. Solo il cinque percento degli edifici che esistevano sono oggi sopravvissuti nella ghost town. Chiodi ormai arrugginiti, schegge e vetri rotti, ecco in cosa potrete imbattervi passeggiando per le sue rovine. Tutto è autentico e senza ricostruzioni alla Gardaland style. 
Un cartello all'ingresso del parco invita i visitatori a non portare via nessun oggetto (per i souvenir c'è un bel negozio dentro al parco).
E così a Bodie ho trovato una risposta all'eterno enigma: se esiste e come funziona una macchina del tempo. Sono giunta in questa ghost town incuriosita dalle foto che avevo visto in rete. Ma non avevo idea della sua imprevista magia: un vero e proprio viaggio nel tempo.  
All'ignaro viaggiatore che ha percorso la strada, diverse miglia in auto fino al parco, basterà quindi acquistare il ticket di 7 dollari all'ingresso , parcheggiare l'auto e lasciare il XXI secolo per trovarsi- senza gli inconvenienti del teletrasporto!- a bere un bicchiere di whisky in un saloon dell' Old West o, per i cinefili più appassionati, sul set di un film western di Sergio Leone o John Ford. Oppure alla ricerca dei fantasmi di Bodie, fino a immaginarsi uno dei suoi abitanti, più di cento anni fa. Percorrerete a piedi le due arterie principali della città, con la Chiesa Metodista e la scuola, prenderete la vostra decappottabile d'epoca e farete sosta alla pompa di benzina, non senza aver prima dato un'occhiata all'ultimo modello di crinolina al negozio di biancheria all'angolo.


Bodie tappa imprevista del mio tour californiano è anche è luogo ideale per chi ama fantasticare e immaginarsi in tempi lontani, o prova un'inspiegabile nostalgia per epoche mai vissute. 













Assolutamente da non perdere se vi trovate in zona California !

Nelle foto della gita a Bodie, i ghost-tourists che vedete sono  Marta e Roberto. 

venerdì 10 maggio 2013

Due miei articoli su Olympe De Gouges per "il manifesto"






8 MARZO - CULTURA
Una rivoluzionaria contro Robespierre
ELENA CARUSO
07.03.2013
Se troppo, anche falso, è stato riferito di Maria Antonietta, nulla, o quasi, è toccato ad altre: Olympe de Gouges morì nel 1793 sulla ghigliottina perché «volle farsi Uomo di Stato». Alle francesi disse: «Che vantaggi avete avuto dalla rivoluzione?»

A Place de la Concorde, già Place de la Revolution, a colpi di ghigliottina, si pone fine all'Assolutismo . Le teste decapitate, con le quali simbolicamente si sigilla la fine di un'epoca e l'inizio (tormentato) di un'altra, sono quelle di Luigi XVI e della moglie Maria Antonietta: protagonisti del jet set dell'epoca e dei salotti della Storia, quella ufficiale con la "S" maiuscola. Maria Antonietta, in particolare, più del marito Luigi, è una vera e propria icona glamour (basti pensare allo splendido film di Sofia Coppola). Famosa al punto che le si è attribuita una frase da lei mai pronunciata «Che mangino brioche». Com'è stato chiarito, Maria Antonietta aveva ben altro a cui pensare (un Versailles Party?) e, nel suo orizzonte dorato, il popolo affamato non c'era proprio, con o senza brioche.
Ma la Storia sa essere ingiusta: se troppo è stato riferito di Maria Antonietta (parole non dette), nulla, o quasi, è toccato ad altre. Occorre, quindi, bussare alle porte della storia, quella con la "s" minuscola, meno trendy e neanche vintage (perché mai alla moda) ma tanto più interessante, per conoscere Olympe De Gouges. Anche lei, come la coeva Maria Antonietta, ghigliottinata a Place de la Concorde, ma la somiglianza finisce qui.
Olympe, vivace e illuminata come la Parigi rivoluzionaria di fine Settecento in cui vive da protagonista, interpreta a pieno lo spirito del suo tempo.
Provinciale, è nata il 7 maggio 1748 a Montauban, nel sud della Francia, figlia illegittima (il padre biologico, marchese e poeta, è il patrigno della madre), ha una brillante intelligenza ma un'istruzione molto scarsa. Nella sua regione, inoltre, si parla l'occitano e il francese è una seconda lingua ma tutto questo non le impedirà di diventare una figura di rilievo. Giovanissima, viene data in sposa a un maturo ufficiale dal quale avrà un figlio, Pierre, e dopo pochi mesi resterà vedova. Nata come Maria Gouze, nobilita il patronimico in De Gouges, e sceglie di chiamarsi Olympe, nome della madre (un'embrionale richiesta di riconoscimento della maternità, oggi diremmo del doppio cognome?). Inizia una relazione con un funzionario di marina ma rifiuta di sposarlo, considerando il matrimonio «la tomba della fiducia e dell'amore». Si trasferisce a Parigi, dove inizia a frequentare i salotti della borghesia agiata e comincia a scrivere opere di teatro ancorate a questioni politiche e sociali della sua contemporaneità, come Riflessione sugli uomini negri contro la schiavitù. Ben presto Olympe è travolta dagli eventi, la Rivoluzione è ormai alle porte, e lei si schiera sempre più convintamente contro Rousseau e Marat. La sua fine è causata proprio da uno scritto, Le Tre urne, in cui propone un referendum tra le tre forme di governo: federalista, monarchica e repubblicana. Viene condannata, senza appello, alla ghigliottina il 3 novembre del 1793. Ecco la motivazione: «Olympe de Gouges, nata con un'immaginazione esaltata, ha scambiato il suo delirio per un'ispirazione della natura: ha voluto essere un Uomo di Stato. Ieri la legge ha punito questa cospiratrice per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso».
Ma Olympe è soprattutto conosciuta per essere l'autrice, pochi anni dopo la più celebre Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e del cittadino, della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, pubblicata nel 1791: un documento giuridico in cui afferma che alle donne debbano essere riconosciuti gli stessi diritti degli uomini. Scrive, infatti, nelle Conclusioni della Dichiarazione: «L'uomo schiavo ha moltiplicato le sue forze, ricorrendo alle tue per spezzare le catene. Una volta libero è diventato ingiusto verso la sua compagna: Oh donne!, donne!, quando la smetterete di essere cieche? Quali vantaggi avete tratto dalla rivoluzione?». Olympe si rende conto, per prima, dell'universalismo apparente professato dalla celebre Dichiarazione Universale del 1789 e dell'inganno della neutralità della parola «cittadino», che comprende solo il cittadino maschio, dal momento che alle donne, per esempio, non è riconosciuto il fondamentale diritto di voto.
E si ha il coraggio di chiamarlo suffragio universale ancora oggi nei libri di Storia!
Ammettiamolo, sembra quasi eccessivo pretendere che Olympe sia considerata degna di nota - anche se a piè di pagina! - dagli autori dei libri di storia, che continuano a ignorarla!
Ma in vista dell'8 marzo, forse, sarà possibile ricordarla finalmente non solo per (legittima) sete di giustizia ma soprattutto perché Olympe è il punto di partenza di una riflessione che arriva fino ai nostri giorni. Se, a partire da lei, l'inganno dell'uguaglianza e dell'universalismo è stato ormai smascherato, (e sarebbe ora che tutti i libri di Storia con la maiuscola ne prendessero atto) s'impone oggi un ripensamento del contratto sociale. Un nuovo patto di cittadinanza, in cui tutte e tutti stiano a pieno titolo nella polis, fondato su una nuova uguaglianza delle e nelle differenze. Un nuovo contratto che si basi sulla pretesa del riconoscimento di una compiuta cittadinanza per gli uomini e per le donne. Uno Stato che riconosca, non solo formalmente, le donne come soggetti sui juris, lasciando definitivamente al passato lo Stato Tutore che dispone del corpo di donne ancora alieni juris.
Per questo la forza della lotta di Olympe, a fine Settecento, per uno Stato che riconoscesse le donne come cittadine, vola fino ai nostri giorni. Pensiamo all'ancora necessaria difesa della 194 dagli agguerriti movimenti per la vita, alla inevasa richiesta di applicazione e di rafforzamento della stessa legge (largamente inattuata per la sua intrinseca fragilità, vedi alto tasso di medici obiettori di coscienza), fino alla condanna della Legge 40 da parte anche dell'Unione Europea. Richieste, queste, di un riconoscimento pieno del diritto delle donne all'autodeterminazione. Della volontà di essere cittadine, sulla scia di Olympe, modernissima anche dopo più di due secoli.
E anche se della decapitazione di Olympe, diversamente che per Maria Antonietta, non trovate cenni sulla vostra guida (fashion) di Parigi, quando siete a Place de la Concorde, pensate a entrambe, ma più intensamente ad Olympe.

«Uomo, sai essere giusto?»

La Dichiarazione dei diritti della don­na e della cittadina di Olympe De Gouges è una vera pietra miliare per la storia del femminismo. Scritta nel 1791, consta di 17 articoli, come la Dichiarazio­ne universale dei diritti dell’uomo e del cit­tadino del 1789, che Olympe si prefigge di «continuare», specificando e declinando al femminile l’universalità (in realtà solo maschile) proclamata. Nonostante sia de­finita una «Contro» Dichiarazione, a mio parere, al contrario, prevale in essa un’otti­ca di completamento e complementarie­tà tra le due dichiarazioni.
In quella di Olympe, dopo la dedica a Maria Antonietta («La rivoluzione avrà luogo soltanto quando tutte le donne sa­ranno compenetrate della loro deplore­vole sorte e dei diritti che hanno perdu­to nella società. Sostenete, Signora, una così bella causa; difendete questo sesso sfortunato…»), segue il Preambolo, con il celebre incipit «Uomo, sai essere giu­sto? E’ una donna che te lo domanda: non vorrai toglierle questo diritto. Dimmi, chi ti ha dato il sovrano potere di opprimere il mio sesso?».
Olympe compie un parallelismo tra l’or­dine naturale, in cui vige una cooperazio­ne tra «i sessi nell’amministrazione della natura» «nell’insieme armonioso di que­sto capolavoro immortale» al quale con­trappone «l’impero tirannico» dell’uomo che «nell’ignoranza più crassa, vuole co­mandare su un sesso che ha autonome fa­coltà intellettuali», quello delle donne.
Segue il corpus di diritti, in apertura scandito dal principio dell’uguaglianza: «La Donna nasce libera e ha gli stessi dirit­ti dell’uomo» (arti); il rivoluzionario arti­colo 3 dichiara che «ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione, che è l’unione della Donna e dell’Uomo», princi­pio al quale si ricollega l’affermazione del­l’articolo 10, secondo la quale «se la don­na ha il diritto di salire sul patibolo, essa deve avere pure quello di salire sul po­dio». Un’espressione che ci scuote due vol­te: non solo infatti un terribile scherzo del destino ha voluto che Olympe salisse sul patibolo per la sua decapitazione, ma an­che perché il messaggio di Olympe sulla partecipazione delle donne alla vita pub­blica si arricchisce, acquistando nuova for­za, in questo tempo di rivendicazioni del­le quote rosa e del 50 e 50 .
Nelle «Conclusioni» il richiamo alla ra­gione: «Donna svegliati, la campana della ragione si fa sentire in tutto l’universo, ri­conosci i tuoi diritti. (…)» e infine un ri­chiamo all’educazione delle donne «poi­ché in questo momento si parla di educa­zione nazionale, vediamo se i nostri saggi Legislatori penseranno rettamente sul­l’educazione delle donne». Un punto che la lega a Mary Wollstonecraft (genitrice po­co glamdella celebre Mary Shelley), che un anno dopo la Dichiarazione di Olym­pe, nel 1792, scrive la Rivendicazione dei Diritti della Donna, in cui pone significati­vamente al centro la questione dell’educa­zione delle donne, per lo sviluppo dell’in­tera nazione. Polemizzando con Rousse­au, che nell’Emilio aveva teorizzato una forma di subalternità delle donne, il cui compito sarebbe «piacere agli uomini», Wollstonecraft afferma che la natura delle donne non è inferiore a quella degli uomi­ni, e che l’immagine che le donne hanno di superficialità e di stupidità è la proiezio­ne di una educazione che le induce a pen­sare solo al proprio aspetto fisico (quanto sono terribilmente attuali queste conside­razioni!): «Istruite fin dall’infanzia che la bellezza è lo scettro della donna, il loro spirito prende la forma del loro corpo e viene chiuso in questo scrigno dorato, ed essa non fa che decorare la sua prigione». Quante donne, oggi, non vorrebbe­ro che l’8 Marzo sancisse una reale ap­plicazione delle modernissime richie­ste di Olympe?
Elena Caruso (da il manifesto del 7.03.2013)

La mia intervista a Inna Shevchenko per "Il Manifesto"





DONNE - SOCIALE
«Femen, i nostri corpi nudi
non a disposizione»
ELENA CARUSO
08.03.2013
Intervista all'ucraina Inna Shevchenko: oggi si lotta «Sextremist». L'attivista ucraina si è spogliata davanti al seggio in cui votava Silvio Berlusconi e in piazza S. Pietro durante l'Angelus

Inna Shevchenko, 22 anni, ucraina, è uno dei volti più noti delle Femen. L'abbiamo vista in azione il 24 febbraio a Milano, contro l'ex premier Silvio Berlusconi che votava al seggio. Ma Inna era anche presente a uno degli ultimi Angelus di Papa Ratzinger, il 13 gennaio scorso, per una protesta a sostegno dei matrimoni gay: il video della cattolica che la prende a ombrellate è circolato viralmente in tutto il mondo. Il primo episodio che ha dato notorietà a questa nuova «ribelle», però, risale all'estate 2012, quando Inna ha abbattuto con una motosega una croce di legno a Kiev in segno di solidarietà con le Pussy Riot, che in quei giorni erano sotto processo in Russia. In rotta con le autorità ucraine, Inna ha dovuto lasciare il suo paese per trasferirsi a Parigi, dove ha aperto il primo centro di formazione Femen. Tra le altre cose, scrive per le edizioni francese e britannica dell'Huffington Post.
La mia conversazione con Inna inizia proprio dalla scelta politica di Femen: mettere a nudo il corpo delle donne e farne uno strumento di lotta e di libertà. Un messaggio forte, che rischia di essere frainteso e confuso in un sistema mediatico ad alto tasso di pornografia, come quello della televisione italiana. «Noi vogliamo dare una nuova interpretazione del corpo della donna, vogliamo distruggere la visione della donna come oggetto sessuale, una Barbie. Il nostro corpo non è più sotto il controllo di uomini come Berlusconi, che lo comprano, lo usano a proprio piacimento, facendo show alla tv. Noi vi offriamo è una nuova visione e interpretazione del corpo delle donne».
Le Femen si autofinanziano attraverso il femenshop on line, in cui è da qualche mese in vendita un curioso articolo a 70 dollari: il «Boobs Print», il calco del seno delle Femen. «Ogni scelta delle Femen, ogni pezzo d'arte serve a lanciare un nuovo messaggio sul corpo della donna». Insieme alla protesta a seno nudo, un altro tratto che contraddistingue le Femen è la corona di fiori in testa. «Gli hippies non c'entrano - puntualizza Inna - i fiori provengono da una tradizione radicata in Ucraina, simboleggiano la nascita del femminismo in un paese in cui non è mai esistito. È il simbolo della bellezza delle guerriere». E sul rapporto con il femminismo storico: «Vogliamo la femminilizzazione del mondo per la libertà della donna, rifiutiamo chiunque ci ponga ostacoli. Vogliamo lottare per la diffusione delle nostre idee e lo facciamo cercando una formula nuova, adatta al presente, ma non rinneghiamo la tradizione e il passato. Siamo "Sextremist": questa è la nostra tecnica per agire, la forma che abbiamo scelto di dare alla nostra lotta». La protesta estrema a seno nudo. Ma non solo. «Ogni volta che progettiamo un'azione, affrontiamo un problema offrendo una soluzione alternativa. Diciamo "no", ma indichiamo anche la strada da intraprendere».
Riguardo alle scelte compiute dalle Femen, Inna precisa: «Non ci sono temi separati per uomini e donne, noi vogliamo l'equità della società, vogliamo che l'opinione e il punto di vista delle donne si diffonda ovunque allo stesso modo di quello degli uomini. Abbiamo da dire la nostra su ogni questione, in ogni parte. Diffondere la nostra opinione: questa è la nostra strategia». Femen è ormai un movimento internazionale: «Ci sono dieci branch dislocati in diversi Paesi, ogni gruppo si organizza ma allo stesso tempo è collegato con tutti gli altri. C'è un livello centrale composto dalle persone che hanno dato inizio al movimento, che hanno inventato la tecnica del Sextremism, e creato dal nulla Femen».
Il "livello centrale" non va inteso all'interno di schemi gerarchici: «Il gruppo centrale avanza proposte ai vari gruppi, ma si discute e si decide tutte insieme. Ogni azione delle Femen è condivisa da ciascun componente del gruppo». Il nocciolo duro, che svolge queste funzioni di impulso all'attività internazionale di Femen, è costituito dalle quattro leader fondatrici del movimento in Ucraina, nel 2008, tra le quali la stessa Inna. «Siamo le leader, lavoriamo full time per il movimento, ma non concepiamo il termine in senso tradizionale. Il nostro è un lavoro collettivo». A proposito della politica, Inna spiega: «In teoria siamo vicine alle idee di sinistra e siamo contro l'ideologia di destra. Ma non sosteniamo alcun politico o partito, non c'è nessuno che ha cambiato la posizione delle donne per la parità». E l'ipotesi di un partito Femen non sembra allo stato attuale realizzabile: «Noi non vogliamo essere associate ai partiti tradizionali o allo squallore della politica di oggi».
Come vive una Femen? «La routine quotidiana di una Femen è Femen. Ci alleniamo e prepariamo le azioni». Pensando a uno slogan degli anni Settanta - "il personale è politico" - incalzo per avere qualche notizia in più, anche sulle relazioni private all'interno del gruppo: «Femen non tiene in considerazione la sessualità delle attiviste, abbiamo un sacco di etero e anche di lesbiche». E gli uomini sono ammessi? «Yes, of course. Abbiamo molti maschi, pochi omosessuali e ancora nessun transessuale. Il nostro gruppo è aperto. Ma i maschi non possono partecipare alle nostre azioni, non possono essere attivisti. Possono, però, stare nell'organizzazione, dando qualche supporto, qualche informazione. Ci sono avvocati, fotografi...». E sull'esclusione dei front-men conclude: «Non possono partecipare alle azioni perché il punto più importante per noi è che il mondo capisca che ora le donne sono finalmente pronte per agire da sole, e sono pronte a combattere».

Buon Compleanno, Valerie !




BUON COMPLEANNO, VALERIE !

Oggi 9 aprile è il compleanno di Valerie Solanas.
Se fosse viva, compirebbe 77 anni. Ma Valerie è morta, all’età di 52 anni, il 26 aprile del 1988.
Il mio regalo di compleanno per Valerie è scrivere di lei, cercando di dare un minuscolo contributo nella tessitura delle trame della memoria storica “scomoda” ancora obliata e bistrattata. In questa storia minuscola (idealmente contrapposta a quella ufficiale maiuscola) rientra a pieno titolo Valerie Solanas, pressocché sconosciuta nella mia generazione e da me “scoperta” per caso, pascolando in Internet. E anche in Internet è difficile reperire informazioni su di lei nelle pagine in italiano (in sintesi: solo Wikipedia la conosce). Una vera e propria damnatio memoriae 2.0. Ci sarebbe poco da stupirsi, in realtà. Mi sto faticosamente abituando a sapere ignorate molte pagine di storia. Anzi Valerie mi conferma quanto il percorso da archeologa femminista (riportare alla luce pezzi di storia sepolti dalla Storia) sia ancora lungo e faticoso.
Riguardo a Valerie, nelle migliori delle ipotesi la si ricorda come quella che ha sparato a Andy Warhol, vuoi anche per il film I shot Andy Warhol (e proprio in questa “veste” le nostre strade si sono accidentalmente incrociate nel web).
Era il 4 luglio 1968, Valerie impugnava una calibro 32 automatica. 3 colpi, ma Warhol non muore (non in quella circostanza, quantomeno). Tutto questo in un momento storico singolare: da pochi mesi era morto sparato Martin Luther King, e solo pochi giorni dopo Warhol, toccherà fatalmente a Robert Kennedy, candidato alla presidenza americana.
andynews
Ma io voglio parlare di Valerie Solanas come “una delle più importanti portavoce del movimento femminista” come l’ha definita Florynce Kennedy, sua rappresentante legale al processo.
Femminista radicale? Di questa controversa e affascinante voce del femminismo, il femminismo poca o nulla ha detto. Figlia disconosciuta forse perché troppo fuori dagli schemi (anche per le femministe? Che bigotte!) o forse per paura che potesse compromettere il buon nome (?) del Femminismo?
Valerie, la pazza! La lesbica pazza! La nemica numero uno degli uomini!
Una strega!
Meglio bruciarla, o farla sprofondare del dimenticatoio della storia?
Anche senza Valerie le femministe hanno difeso il loro onorabilissimo buon nome di puttane, lesbiche, pazze, isteriche, e ovviamente di donne che odiano gli uomini.
Tanto vale, quindi, non continuare a privarci del contributo di Valerie alla causa , l’eliminazione degli uomini (ironia ovviamente!)
Spregiudicatezza, libertà espressiva e una forte ironia sono le cifre della sua vita (vagabonda) e della sua opera: SCUM Manifesto del 1967.
Scum, che tradotto significa “feccia”, è tendenzialmente interpretato come “Society for cutting up Men” (anche se Solanas ha disconosciuto questo acronimo) Valerie autopubblica SCUM e lo vende dinanzi alle edicole e ai locali alternativi a 25 centesimi alle donne e 1 dollaro agli uomini. In Italia una prima edizione clandestina di SCUM è in circolazione già alla fine degli anni Settanta ma solo negli anni Ottanta viene pubblicato dalle Edizioni delle donne a cura di Anne Marie Boetti. In questo testo originale eunderground, Solanas teorizza una rivoluzione SCUM delle donne sugli uomini. In realtà SCUM si presta a vari livelli di lettura. La stessa Solanas resterà delusa dal fatto che il suo manifesto sarà frainteso, condannandola a nemica pubblica degli uomini (la rivoluzione SCUM prevede nella fase finale l’assassinio degli uomini cominciando dai più nocivi. “Scum assassinerà e distruggerà in modo selettivo e discriminato… braccherà la sua preda freddamente nell’ombra e poi con calma, la ucciderà”. )
Al riguardo, su un vecchio articolo femminista a firma di Rosanna Fiocchetto, si legge:
SOLANAS
Ecco l’incipit di SCUM:
Life in this society being, at best, an utter bore and no aspect of society being at all relevant to
women, there remains to civic-minded, responsible, thrill-seeking females only to overthrow the
government, eliminate the money system, institute complete automation and destroy the male
sex.
It is now technically feasible to reproduce without the aid of males (or, for that matter, females)
and to produce only females. We must begin immediately to do so. Retaining the mail has not
even the dubious purpose of reproduction. The male is a biological accident: the Y (male)
gene is an incomplete X (female) gene, that is, it has an incomplete set of chromosomes. In
other words, the male is an incomplete female, a walking abortion, aborted at the gene stage.
To be male is to be deficient, emotionally limited; maleness is a deficiency disease and males
are emotional cripples.
The male is completely egocentric, trapped inside himself, incapable of empathizing or
identifying with others, or love, friendship, affection of tenderness. He is a completely isolated
unit, incapable of rapport with anyone. His responses are entirely visceral, not cerebral; his
intelligence is a mere tool in the services of his drives and needs; he is incapable of mental
passion, mental interaction; he can’t relate to anything other than his own physical sensations.
He is a half-dead, unresponsive lump, incapable of giving or receiving pleasure or happiness;
consequently, he is at best an utter bore, an inoffensive blob, since only those capable of
absorption in others can be charming. He is trapped in a twilight zone halfway between
humans and apes, and is far worse off than the apes because, unlike the apes, he is capable
of a large array of negative feelings — hate, jealousy, contempt, disgust, guilt, shame, doubt –
and moreover, he is aware of what he is and what he isn’t.
Buona lettura a voi… e ancora grazie e buon compleanno, Valerie femminista underground e on the road !

Su Femen e l'accusa di neocolonialismo.



Nonostante non abbia espresso una posizione definitiva su Femen, questo gruppo ha tutta la mia simpatia. Le mie perplessità, poi, si neutralizzano quando assisto a questo linciaggio quotidiano nei loro confronti. Un linciaggio mediatico, e non solo, al quale sono esposte queste giovani ragazze che lottano, rischiando la vita, anche per me, che scrivo seduta comodamente da un computer. Questa sola constatazione basta per farmi sentire in colpa, e ridimensiona notevolmente lo spazio di riflessione, rectius di dubbio. Anzi questo continuo dubitare, criticare, attaccare le modalità che i Femminismi in tutto il mondo (e in ogni tempo!) individuano per annientare definitivamente il Patriarcato non sono esse stesse il volto- più inquietante e subdolo- di cui esso si manifesta e si serve di noi? Per questo sono sempre in grande disagio e enorme difficoltà quando mi si chiede di prendere posizioni (contrarie) nei confronti di altre compagne di lotta, femministe. Nel caso specifico di Femen, gli attacchi non mancano dal più becero mondo maschilista composto tanto da uomini quando da donne, quanto dal mondo del femminismo stesso che quasi all'unisono si trova d'accordo nel condannare (quando non espressamente sottoforma di “perplessità”) questo movimento, salvo a ritagliarsi visibilità su autorevoli testate nazionali, sfruttando la forza mediatica del “brand Femen”, per manifestare la propria solidarietà al gruppo per gli attacchi subiti. Chi detiene il monopolio interpretativo per dire cosa è e cosa non è femminismo, quale femminismo sia giusto e quale sbagliato? Alcune femministe, vecchie e giovani, ritengono di averlo in nome di una (presunta) superiorità morale (magari conferitagli da qualche autorevole lettura o follower su Facebook ?) . Ma proprio il fatto che le ragazze Femen subiscano attacchi trasversali tanto dal fronte esterno “laico”, quanto dal fronte interno femminista mi dà la conferma che la direzione di Femen è quella giusta. Come mi ripete sempre la mia MagistEmma: il femminismo non è una passeggiata in pianura, non è facile liberarsi di 5000 anni di Patriarcato.
Il fatto che Femen riesca ad attirarsi tante antipatie mi pare segno evidente che stiano battendo il terreno giusto. Smuovere immaginari radicati non è facile (neanche per le femministe) e non piace (a talun*) mettere in discussione il proprio “ordine simbolico”. Rispetto alla questione specifica sulla nuova etichetta (l'ennesima!) con cui si articola l'attacco a Femen cioè quella di neocolonialismo, poi, esprimo in breve la mia posizione. Se è vero che un rischio sempre dietro l'angolo per noi europee, ma è un rischio “vecchio” classico del Femminismo occidentale, è quello di cadere nella trappola “colonialista”, le Femen hanno una posizione molto netta al riguardo. Inna
Shevchenko ha scritto nel suo blog per l'Huffington Post “I need to reveal to you all a terrible secret about civilization - a woman is not a human being.This secret is thousands and thousands of years old. This dogma, the subjugation of women, has been spelled out in all texts that are considered to be sacred to humanity - the Bible, the Torah, the Koran. It is refected in the art and folklore of all peoples and nations. It is even evident in legal systems and legislations. The doctrine of the subjugation of women is shared to some degrees by all countries from the East to the West.”. Le religioni, dalla cristiana all'islamica, sono espressioni millenarie del Patriarcato. Le Femen hanno manifestato più e più volte in luoghi simbolici della chiesa cristiana, penso a Notre Dame e al Vaticano. Ritengo quantomeno “coerente” che facciano lo stesso rispetto alla “chiesa” islamica. In linea con un principio di liberazione universale dal patriarcato, che non conosce limiti nazionali, culturali nè confini geografici. Non a caso Femen ha organizzato diverse azioni di protesta nei confronti di Berlusconi, a Kiev come a Milano. Ha dato un forte supporto al gruppo russo delle Pussy Riot, un supporto che è costato “caro” a Inna: lasciare l'Ucraina per trasferirsi a Parigi. Il fatto che l'ipotesi “colonialista” spunti quando Femen, ripeto- coerentemente- dal mio punto di vista, assumi come bersaglio anche l'Islam, mi pare quantomeno infondato. Immaginiamo se la stessa protesta che uno sparuto gruppo di ragazze “orgogliosamente islamiche” sta portando avanti in questi giorni contro Femen su internet, provenisse dalle ragazze di Comunione e Liberazione o Azione Cattolica? Nessuna avrebbe dimostrato tanta “sensibilità”, anzi: sarebbe partita la gara al linciaggio di quelle che sarebbero state definite con ogni probabilità “bigotte imbevute di catechismo”. Cosa dovrebbero fare le Femen allora? Restare un movimento strettamente eurocentrico? Ignorare il resto? Scegliere quale “religione” “attaccare”? Mi chiedo se questi confini, oggi siano ancora possibili e attuabili. Credo di no. Da italiana non dovrei pormi domande e cercare risposte sull'Islam? Rivendico la stessa libertà con cui mi interrogo e critico le religioni cristiane anche nei confronti dell'Islam, senza dover rischiare di essere tacciata di islamofobia, odio religioso e neocolonialismo.