venerdì 11 novembre 2011

Nuova ricetta made in Italy: Penne mari o monti


In Italia ci teniamo molto alla cucina. Ma non pensavo fino a questo punto! Insomma nel pieno di una crisi: tra nani traditi da showgirl, spread alle stelle e opposizione paurosa di andare al governo, Noi cosa pensiamo di fare? Di trovare la soluzione lì, in cucina. Siamo proprio originali, eh? E così sfogliando il prezioso ricettario di Suor Germana... to' ci si è imbattuti nel capitolo magico delle ricette mari e monti. Il rebus è risolto: Mario Monti, nuovo premier, santo senatore subito.
In Italia ci teniamo molto alla buona cucina.
Da oggi nei ristoranti italiani (proprio quelli che, come qualcuno felicemente ricordava, sono sempre pieni di gente): il nuovo piatto del giorno è Penne mari o monti.
Perché a rimetterci le penne siamo sempre Noi: l'Italia.  


 Alcune copertine dei ricettari in cui potete trovare le soluzioni a ogni vostro problema. 


Dimenticavo: la ricetta delle nostre Penne mari o monti è segreta, ci teniamo che rimanga una nostra esclusiva italiana. Però posso rivelarvi qualche ingrediente: 
1 nano che cade
8 traditori
1 lettera alla Bce
1 opposizione che ha paura di andare al governo
500 spead 


domenica 25 settembre 2011

Uovo alla coque perfetto, giornata perfetta. (mai sottovalutare le potenzialità di un uovo)


IKE: Si! Sei così confusa che non sai neanche come ti piacciono le uova!!!
MAGGIE: Cosa?!
IKE: Si si.. col prete le volevi strapazzate, col chitarrista pazzo erano fritte, con l'altro tipo quello degli insetti erano in camicia e ora.. ora.. "solo le chiare" ...grazie tante!!

Maggie (Julia Roberts) e Ike (Richard Gere) alla festa hawaiana in Se scappi ti sposo

Diversamente da “la sposa che scappa”, Jean-Luis Jobert ha le idee molto chiare in fatto di uova. Treminutiemezzo per il suo uovo alla coque: il modo migliore per iniziare una giornata perfetta (è l'unica cosa sulla quale non transige).
Jean-Luis, agente di cambio di successo, incarna in pieno il perbenismo borghese della buona società parigina degli anni Sessanta: una moglie noiosa e di buona presenza, Suzanne, che gioca a bridge il pomeriggio con le vicine di casa, due figli, che sono miniature del padre, al college. E poi Germaine, la vecchia fantesca bretone.
In una società di contrapposizioni di hegeliana memoria, ognuno col proprio ruolo ha un posto assegnato. Ci sono i padroni e i servi. I padroni devono stare con i padroni. E le serve al sesto piano. Una divisione sociale che si traduce in precise scelte architettoniche: les chambres des bonnes con l' ingresso secondario separato da quello dei padroni (per evitare contaminazioni ?). Ah, dimenticavo, l'ascensore: solo i padroni possono usarlo.
Ma Germaine è andata via, dopo essere stata sfruttata per venticinque anni (parola dei ragazzi che si rammaricano di non averla salutata e di non averla mai vista nuda), e visto che, come le fanno notare le amiche del bridge, le serve bretoni sono fuori moda e che tutti adesso hanno domestiche spagnole, la signora Jobert assume l'iberica Maria.
Al ritmo lento e prevedibile delle piatte giornate delle signore del palazzo, scandito da partite di bridge e vacue conversazioni, si contrappone la vitalità del sesto piano delle spagnole. E proprio il sesto piano diventerà un polo d'attrazione per il Signor Jobert pronto a mettere in discussione tutto, cambiando le regole del gioco. Lui, il padrone, si trasferisce, al sesto piano: un luogo in cui, dice, finalmente si sente felice.
Per fortuna nella Francia (di De Gaulle) il divorzio c'è, e Jean-Luis può iniziare una nuova vita con Maria, che nel frattempo è tornata nella Spagna (di Franco).
L'agente di cambio con la fissazione dell'uovo alla coque lascia moglie e figli, e molla tutto per una donna del sesto piano. E sì, perché se non succedono nei film queste cose dove le vediamo?
E adesso che il film è finito, possiamo lasciare la sala col sorriso sulle labbra e più fiducia nell'uomo.  

Maria, donna del sesto piano, e Jean-Luis Jobert, agente di cambio, 
col suo uovo alla coque perfetto da treminutiemezzo

domenica 11 settembre 2011

Scusate la polvere

Mi sento obbigata a dirlo. Dopo mesi e mesi di acciugate. Scusate per l'odore di fritto. Non l'avevo ancora fatto (perché non ci avevo mai pensato a dire il vero) ma una bella tiratina d'orecchie me l'hanno data Dorothy Parker ed Elvira Seminara con il loro Scusate la polvere. La prima l'ha scelto come suo epitaffio (Excuse my dust). La seconda, come titolo del suo ultimo romanzo, al quale dedico quest'ultima acciugata settembrina.



Di Scusate la polvere si è detto (a ragione!) che è una dark commedy. Ma io preferisco omettere dark e dire solo commedy, o meglio commedia. Sì, perché se penso a questa nuova storia, ma in generale a qualsiasi oggetto griffato Else,  il nero ( o dark che sia) non riesco proprio ad associarlo. Anzi è una commedia piena di colori, di odori, di cibi.. e la si legge tutta d'un fiato. Anche perché la nostra scrittrice (un po' riduttivo forse definirla solo così) con la sua penna effervescente riuscirebbe a rendere accattivante la lettura anche di un manuale di istruzioni di lavatrice (magari uno di quelli tradotti da un altro personaggio letterario, ma quella è un'altra storia, pardon romanzo!).
La storia che ci consegna Elvira Seminara vede ancora una volta al centro l'universo femminile. Questa volta nessuna cameriera ucraina dal nome impronunciabile (salutiamo Ludmi, che riposi in pace!), ma una protagonista con tanti nomi: Coscienza detta Enza, Enzina, Cosce, Scienza e Zen (come il quartiere malmesso di Palermo, il buddhismo c'entra poco).
Per noi sarà semplicemnte Enza ordinario e rilassante. E la immaginiamo come Lauren Bacall.
Quel 29 Febbraio in un camerino di H&M, a Parigi, Enza aveva un solo problema: scegliere tra la taglia del vestito che intendeva acquistare. La small o la medium?
Prima di quella telefonata.
Prima di sapere della morte di  Andrea, il marito, caduto in un fossato con l'auto e una donna, Anita.
E in quello strano e sfortunato 29 Febbraio, Enza si scopre ladra (sì, scappa dal negozio senza pagare il vestito H&M), vedova e cornuta postuma. Con una casa (e una vita) da riassettare. E un mistero (chi è Anita?) da risolvere. E tra un break con le amiche di sempre Mia e Alice, e le telefonate in francese della madre, malata di Alzheimer, che abita a Parigi, la nostra Miss Marple ci confida i suoi più intimi pensieri e ci mostra le nevrosi della società in cui vive. La società degli ing, del glam, delle paure e dei traumi (non solo degli umani ma anche dei cani), dove se vuoi un lavoro lo inventi. Il cibo non si cucina ma si decora, e più che mangiarlo basta guardarlo.
E le cose non sono come sembrano, due più due non fa sempre quattro, i gay non sono gay, le amanti non sono amanti...
In questo caos primordiale e nevrotico aspettiamo pagina dopo pagina che ogni cosa ritrovi il proprio posto alla fine della storia, quando rasserenati e con la coscienza a posto ci rendiamo conto che Enza non ha più bisogno di noi perché ha finalmente trovato la serenità. Sì, perché Scusate la polvere è lo sfogo di Enza con noi, i suoi improvvisati confidenti. Ce la immaginiamo lì, seduta sul divano col suo notebook in grembo a scrivere. D'altra parte Enza (ho dimenticato di dirvelo, scusate il ritardo!) è una ghostwriter di tesi di laurea, e ha fatto della scrittura un mestiere, che ha assunto per lei una dimensione totalizzante (una tesi per ogni occasione).


Lauren Bacall
«
Be', c'era una cosa peggiore che essere traditi. È il tradimento con una donna normale, addirittura forse intelligente. È un colpo secco al tuo senso di te, all'autostima. Non ero già io abbastanza intelligente?
Non avevo anch'io il mio bravo spirito missionario, non ero stata io ad adottare un bambino a (debita) distanza, a proporre la raccolta differenziata nel palazzo, a preferire sempre il 3x2 e i prodotti no logo al Despar, per limitare il consumismo globale?

»




Enza
(Elvira Seminara, Scusate la polvere, pag. 92)


Elvira Seminara 

domenica 14 agosto 2011

Sunday Morning


Good Morning. Sì, ok. Lo so. Non scrivo da tanto tempo. Ma l’ho fatto solo per tutti Noi. Caspita è estate. Questo implica un imperativo categorico: dobbiamo essere in forma. Ergo niente fritture per un po’ (ma i risultati si vedono? Passaparola. ).
In queste weeks si sono accumulate a lot of things da raccontare. Per esempio la mia esperienza allo Iusy Festival ad Attersee e il mio ritorno in taxi all’aereoporto di Vienna con due esponenti del partito socialista rispettivamente paraguaiano e francese che per tre ore (7:30-10:30 a.m.) hanno conversato in francese di capitalismo, economia reale e finanziaria. Insomma: roba che non avrei capito neanche in italiano. Cercavo di rendermi partecipe della conversazione e ovviamente sono stata interpellata quando c’era da (s)parlare di Berlusconi. Sudore: parlare in francese (Help: ragazzi miei, ho un livello A2!)
Per non parlare del mio travagliato viaggio di ritorno in treno (da Roma) e della mia esperienza col controllore Trenitalia che voleva farmi scendere nel mezzo dell’Italia perché il mio pnr risultava errato.
Ma adesso sono a Londra tutto il mese, per frequentare un corso di inglese. No, tranquilli. I riots non mi hanno fatto niente. Non ho fomentato né preso parte alla guerra civile. Vivo in una stanza al piano di sotto (sottoscala di HarryPotter style) di una casa chiamata “Alpena Villa” che di villa, vi garantisco, non ha nulla. Ma su Alpena e le avventure con la Vispa Teresa vi dirò meglio. Ho appena fatto il mio breakfast usando come tovaglietta una copia free del Metro con ½ pinta di milk e digestivi. No, non ero sola. Con me c’era Elisabetta. Sì, lei: The Queen. Che in cartolina mi ha osservato tutto il tempo nel suo grazioso tailleur viola.  Concludo questo post con un annuncio: cercasi cittadino inglese. Alto basso, vecchio giovane, maschio o femmina che sia non importa. Ma inglese. Ok: Londra è una città cosmopolita, lo so.  Resta il fatto che avrei voluto incontrarlo qualche inglese doc. Girando per la città mi piacerebbe ascoltare una conversazione in inglese. E invece no: spagnolo, portoghese, cinese, giapponese, coreano, turco, italiano (con le sfumature di tutti i dialetti regionali). Ma ho trovato una soluzione temporanea: per ascoltare un po’ di British guardo su youtube video sui fantasmi dell’underground di Londra.
Dimenticavo: ovviamente nessuno mi ha mai attribuito la nazionalità italiana. Spagna, Portogallo, Libia, Medio Oriente, Colombia. Ma dell’Italia nessuna traccia.
Greetings from London. 

Her majesty Quen Elizabeth II al Royal Weeding


Sunday morning, praise the dawning
It's just a restless feeling by my side
Early dawning, Sunday morning
It's just the wasted years so close behind
Watch out, the world's behind you
There's always someone around you who will call It's nothing at all
Sunday morning and I'm falling
I've got a feeling I don't want to know
Early dawning, Sunday morning
It's all the streets you crossed, not so long ago
Watch out, the world's behind you
There's always someone around you who will call It's nothing at all
Watch out, the world's behind you
There's always someone around you who will call It's nothing at all
Sunday morning
Sunday morning
Sunday morning 

domenica 15 maggio 2011

Onorevole maleducazione

Qualcuno vuole commentare la Legge Bossi-Fini?
Una porcata.
Qualche attimo di silenzio imbarazzante.
Un commento poco giuridico, Signor MagliettaRossa, si limita a dire la professoressa.
Se lo dice un ministro posso dirlo anche io, si difende MagliettaRossa.

No, non siamo in pescheria. Ma in un aula in cui è in corso una lezione di diritto.

Quello che vi ho proprosto è un significativo frammento di vissuto, in quanto spia dello stato di degrado del nostro Belpaese.
Non voglio fare una lezione di buone maniere (non è strumentale al mio discorso, e sono la persona meno indicata per farlo) ma mi si permetta di dire che nonostante l'espressione usata per commentare la Legge Bossi-Fini sia inadeguata per un'aula di Giurisprudenza, MagliettaRossa
si è sentito comunque autorizzato a usarla ( se lo dice un ministro posso dirlo anche io).
A dirla tutta, proprio in questi giorni di campagna elettorale, il Presidente del Consiglio ha detto anche di peggio. Ed è ormai tristemente noto come il nostro Parlamento accolga nelle sue fila anche veline e ricattati, rigorosamente fedeli, non alla Repubblica Italiana, ma a lui, il Capocirco (o per meglio dire il cabarettista di ultimo livello, stando alle recenti performance). 
E questi strani individui di indubbio spessore etico e politico, e che per di più hanno la pretesa di essere chiamati "onorevoli" (penso, per esempio, alla signora Daniela Santanchè), prendono parte in nome della par condicio a tribune politiche, (quando tuttalpiù starebbero in tono solo coi salotti di Barbara D'Urso).
L'art. 54 della Costituzione Italiana, troppo spesso relegato in soffitta, andrebbe riletto a granvoce. Chi ricopre incarichi istituzionali deve essere un modello di riferimeno positivo. Citarne le parole non deve essere la giustificazione formale alla maleducazione.
E quando tutto questo sarà finito (spero prima possibile!) che cosa ci resterà? Un Paese da ricostruire. Generazioni di giovani da educare.
Per tornare all'aneddoto iniziale, infatti, MagliettaRossa, nel suo antiberlusconismo, ha criticato La Bossi Fini usando il linguaggio del berlusconismo. Usando le parole di quell'anti-cultura che intendeva attaccare.
Le nuove generazioni, quali la mia, hanno bisogno di un nuovo linguaggio. Un linguaggio che riporti ad alti livelli la politica. Che ridia spessore e contenuto a quella parolina: "onore".

Un onorevole gesto


Articolo 54

Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.
I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.

domenica 6 marzo 2011

Eterosessualità démodé

La nonna di Mine Vaganti

Molte vecchine (compresa la mia ottuagenaria nonna), un tempo prigioniere di certi tabù, parlano dell'omosessualità liberamente e senza inibizioni.

Il problema, adesso, sembra paradossalmente essere il contrario: dichiararsi eterosessuali.

Non è raro che ciò si verifichi in ambienti avanguardisti in cui è alta la percentuale di omosessuali  ed è quasi necessario, per quelli come me, definirsi in negativo
No, non sono omosessuale.
La categoria degli aperti (cioè i bisessuali) sono quelli che imbarazzano maggiormente. Perché con quel loro modo di dichiararsi aperti sembrano sottintendere che tu sia chiuso. E ti vorrebbero fare sentire bigotto.

Per non parlare dei dopocena che sembrano essere diventati il momento ideale per questo genere di dichiarazioni. Niente barzellette. Niente scenette. Niente canti o balli.  È il momento di fare outing e di dire
Io sono aperto. E tu?
Io?  Sono retrò.

domenica 27 febbraio 2011

Scusi per la Torre di Pisa?


L'aria fritta mi segue ovunque, anche in Toscana.
L'ouverture di questo mio itinerario non è proprio quello grandioso della Carmen di Bizet, visto che in aeroporto per problemi tecnici, che ai comuni mortali non è dato conoscere, mi hanno trattenuta in una specie di tubone di plastica a marcire (chi conosce l'aeroporto di Catania sa a cosa mi riferisco)  insieme ad altri trepidanti viaggiatori, tra i quali i tipici catanesi che urlano al telefono i propri problemi intestinali, e una vecchietta (non si sa perché attiro questa fascia d'età) che si lamentava con me, ripetendomi in continuazione di aver caldo. Si tolga la pelliccia. Prima l'ho solo pensato. Poi gliel'ho detto. E in effetti la vecchia s'è chetata dopo il mio saggio consiglio. 
Sull'autobus per Firenze eravamo in quattro gatti nel senso letterale del termine, l'autista, io e due olandesi (anche loro vecchi, coi quali, per ovvie ragioni, ho fatto amicizia). E probabilmente è su questo dannato autobus che ho perso il mio orecchino a forma di sandwich che avevo preso a Vienna. 
Giunta finalmente nella città natale del Poeta, di sera si va a mangiare greco con SigMarta e due simpatiche emiliane e a servirci è una cameriera iraniana. Sì, un' iraniana che lavora in un ristorante greco a Firenze. Bah. Da confondersi. Comunque sia ci ha offerto un alcolico greco di colore rosso. La cucina greca anche se non è certamente quella più adatta per un primo appuntamento (troppo aglio) è leggera e fresca, con i pate, le salse, il mussaka.. e il vino rezino con il suo particolare retrogusto. 
Il mattino successivo, alla stazione l'anima siciliana che è in SigMarta e me è venuta fuori dinanzi alla macchina automatica per i biglietti, tra le varie opzioni di acquisto abbiamo in buona fede preso quello con lo sconto del venti percento, pensando che si trattasse di uno sgravio che ci spettasse in quanto universitarie. Ma non era così.  Hercle! Uno zelante controllore ha pensato che volessimo frodare due euro a Trenitalia (sì: è proprio il mio sogno nel cassetto!) e dopo una sequela di domande poste in tono inquisitorio sui motivi per i quali avessimo compiuto un atto così grave ci ha graziate, strappando il biglietto di andata e ritorno Firenze- Pisa, per obbligarci a comprare quello intero adulti, "senza sconto perché non vi spetta". Alla fine a Pisa ci siamo arrivate nonostante il tentativo di fronde mancato, e finalmente abbiamo iniziato il nostro pellegrinaggio verso l'agognata Torre.
Sono giunta consapevolmente sfornita di mappe di orientamento, pur di poter fermare la gente e chiedere: Scusi per la Torre di Pisa?
Per non parlare della mia brillante idea, una volta a Piazza dei Cavalieri. Oltre che l'evocativo palazzo che riporta alla mente i celebri versi vergati dal Dante, la bocca sollevò dal fiero pasto e compagnia bella, vi è la sede della Scuola Normale di Pisa. A parte la beffa del nome, perché è tutto che fuorché per gente normale, ho pensato bene di provare ad entrare. Ma si vede che devo essere sembrata proprio anormale alla tizia della portineria la quale, interrotta una discussione al telefono, mi ha chiesto quasi arrabbiata: Prego? Questa è un'università.
Cavolo lo so che è un'università, so leggere. Penso. Cerco di recuperare terreno e dico: Sì, lo so che questa è un'università. Volevo vedere una mostra... ecco sì.. cercavo la mostra... E lei: qui non c'è nessuna mostra.
Insomma: ho capito una cosa, la prima della giornata (dopo ne verrà anche una seconda).
Normali(sti) si nasce. E non si diventa.
Né si può fingerli di esserlo per pochi minuti, il tempo di una sbirciatina.
La gita si è conclusa bene, e SigMarta ed io eravamo soddisfatte della giornata ma soprattutto di aver un book fotografico degno della migliore tradizione turistica cinese (categoria che è risaputamene zelante nel settore fotografo tutto e tutti).
Ritornata a Firenze, adocchio un panificio. Sig, entro a vedere cosa c'è.
Parentesi: il mio proposito era quello di ristabilire un equilibrato rapporto col cibo, nel senso di non mangiare troppo, e di muovermi un po' a piedi.
Non sto a raccontare le conversazioni con la panettiera. Dico solo che tra un pan pescatore, un po' di cenci e altri otto biscotti (contati), mi sono stati estorti 23 euro. VENTITREE? Pensavo di pagare di meno, ho detto. E scombussolata sono fuggita senza prendere il resto. Mi hanno derubata, con un po' di acqua e farina.
E in quel giorno ho imparato un'altra cosa, la seconda:  
stare alla larga dai panettieri fiorentini.

sabato 19 febbraio 2011

Strane professioni

La mente creativa degli operatori economici di oggi ha partorito bizzarre figure professionali come, per esempio, il maggiordomo da abbronzatura o ancora il poeta d'albergo. Tuttavia il post che state leggendo non è dedicato a questa categoria di stranezze.

La mia riflessione ha infatti ad oggetto una professione di epoca risalente, meno bizzarra e creativa (ma non per questo meno strana): quella di re.

Le prospettive lavorative in questo settore sono molto limitate. Per ambire al trono non sono richiesti patente del computer o master a Yale... È tutto molto più semplice, se vogliamo. Basta essere il primo figlio maschio di un re, possibilmente di uno stato in cui non è presente alcun movimento filo-repubblicano che non possa essere soffocato con le armi. Coi tempi che corrono, tuttavia, la crisi ha colpito anche il lavoro regale (il germe della repubblica è sempre dietro l'angolo). Non ci sono più i regni di una volta. E il volgo in rivolta pare non apprezzare le brioches; Maria Antonietta docet ( lei e il consorte delfino, infatti, si sono trovati senza una testa ciascuno, per questa ragione).

Chi si trova a nascere principe, nella maggior parte dei casi, non vive con la paura di un futuro incerto e senza occupazione, purtuttavia questa situazione di certezza lavorativa nella ditta di famiglia non è così divertente come può sembrare. Brutta infanzia, quella dei principi, catapultati nella realtà e incapaci di sognare. Cosa dovrebbero sognare? Di vivere in un castello? Di sposare un principe? Sogni negati. Anche una frase banale, quanto affettuosa, pronunciata dal novantanove percento dei padri del globo alle figlie come “sei una principessina”, in bocca ad un Giorgio VI nei confronti della piccola Elisabetta, suona ridicola. Insomma: niente di invidiabile. Inoltre se un potenziale re dovesse malauguratamente agognare un futuro per esempio da astronauta, c'è poco da fare, uno solo è il lavoro che gli spetta: regneggiare. Sì è vero ci si può licenziare, con l'abdicazione, ma non è così semplice come può sembrare (tanto per cominciare, i parenti potrebbero non prenderla bene).

E torniamo ancora una volta a Giorgio VI, già duca di York, il quale nonostante la balbuzia si trova obbligato, per ragioni lavorative, a dover parlare in pubblico, a leggere il discorso del re alla radio (meno male che con lui c'è Lionel Logue!). Che vita!
 
Bertie, professione: re con il nome di Giorgio VI, e Lionel Logue, logopedista.

B:"i miei consiglieri dicono che il fumo fa bene, distende la laringe e i nervi"
L:"sono degli idioti!"
B:"sono cavalieri"
L:"allora è ufficiale.."

venerdì 11 febbraio 2011

Che l' iPhone sia con te (e con il tuo spirito)?

Qualche settimana fa, durante una pausa tra le lezioni all'Università, il collega G e io ci siamo divertiti nel calcolare approssimativamente le nostre penitenze. G, infatti, aveva entusiasticamente letto un libro dal titolo  A pane e acqua per scrivere un contributo sui penitenziali nel medioevo. Pur considerandoci “peccatori medi”, il quadro che ne è venuto fuori è stato a dir poco disarmante. Ci sarebbero toccati decenni di digiuni quaresimali, astensioni di ogni sorta (dalle più “ovvie” alle più fantasiose come: non bere birra il martedì o il venerdì!), avremmo dovuto pregare indossando tuniche da penitenti... e molto altro ancora. Insomma: una vera faticaccia. Non restava che tirare un sospiro di sollievo, e ringraziare la dea bendata per essere cresciuti in un tempo in cui “tariffari” del genere sono solo oggetto di studio (che suscitano superficiali risate).

Ecco un esempio di penitenziale, dal Decretum di Burcardo di Worms:
«Fecisti quod quaedam mulieres facere solent, ut faceres quoddam molimen aut machinamentum in modum virilis membri, ad mensuram tuae voluntatis, et illud loco verendorum tuorum, aut alterius, cum aliquibus ligaturis colligares, et fornicationem faceres cum aliis muliereculis, vel aliae eodem instrumento, sive alio, tecum? Si fecisti, quinque annos per legitimas ferias poeniteas»

Evidente, quindi, che il paenitere cum pane et aqua è lontano anni luce da noi, e resta saldamente ancorato ad un passato remoto.

Ma, come si suol dire, a tutto c'è un limite! Certamente anche un progressista nel campo della confessione come San Colombano di Bobbio (per la cronaca: patrono dei motociclisti!) torcerebbe il naso nell'apprendere che adesso confessarsi è possibile, anche tramite l'iPhone!

Per il peccatore tecnologico, che non vuole rinunciare al piacere della confessione in ogni momento e in ogni luogo, è arrivato il momento di scaricare l'applicazione Confession: A Roman Catholic App (per maggiori info http://itunes.apple.com/it/app/confession-a-roman-catholic/id416019676?mt=8 ).

Certo: nessuno mette in dubbio praticità, velocità, efficienza, discrezione e professionalità di questo confessore tascabile (anzi:  pocket!) che, seppure virtuale, è sempre con te. Per i nostalgici, resta, comunque, il buon vecchio prete nel confessionale di legno (magari un po' sordo) al profumo di Amarcord.



Amarcord. Scena della confessione.
Don Balosa: Commetti atti impuri? Ti tocchi? Lo sai che San Luigi piange quando ti tocchi?
Titta: [pensando] Ma perché, tu non ti tocchi? Ma come si fa a non toccarsi quando vedi la tabaccaia con totta quella roba lì davanti, o la professoressa di matematica, che sembra un leone? Come si fa a non toccarsi quando ti guarda in quel modo? E allora come faccio a dirgli di quando la Volpina mi ha chiesto di gonfiargli la bicicletta? [Titta rivede mentalmente l'incontro con la Volpina, la bella ninfomane; Titta ricorda il bacio passionale e decisamente inaspettato tra lui e la ragazza. Si rivolge poi, un po' confuso, al prete] Io non sapevo che si davano i baci così. Lei lo sapeva? Con tutta la lingua che gira...
Don Balosa: [imbarazzato] Sono io che faccio le domande!

lunedì 7 febbraio 2011

Consigli per gli acquisti

Ricordate il fenomeno della Signora della porta accanto? Ne ho parlato qualche post fa. Per gli smemorati, o per i pigri che non intendono leggerlo, chiarisco le idee. Si designa, nel dizionario Carush, come Signora della porta accanto quel fenomeno per il quale tutti pensano di saper fare tutto ed essere tutto e tutti, e disgraziatamente lo fanno. Sintesi della prima puntata.

Ora: bisogna essere anche ottimisti nella vita. Cavolo! E se la Signora della porta accanto fosse veramente Fanny Ardant?

La Signora della porta accanto della quale vi parlo oggi è più che altro una Signorina della porta accanto, perchè ha solo 23anni. Ed ha già pubblicato un romanzo, del quale si parla da Trieste in giù, per tutto lo stivale. Ha la gravitas del padre, fervente Lector Fedoris e noto luminare garibaldino, e la creatività della madre STA (giornalista, stilista, artista..).
È Viola Di Grado. E il suo libro è Settanta acrilico trenta lana.

Non so voi, ma io non mi fido mai delle etichette. Di tutte le etichette. Dai giudizi coi quali bolliamo le persone, alle tag sulle foto di fb, fino a quelle sui prodotti alimentari. E sui vestiti. E, vi dirò, la mancata corrispondenza tra tag e realtà non è per forza negativa. Pensate a un giudizio troppo generoso verso qualcuno. O a quando ti taggano come Catherine Zeta Jones su fb. Beh. Questo è il caso del libro in questione. Voi pensate di comprare un Settanta acrilico trenta lana. Ma vi ritrovate un Cento per cento cachemire!

La vicenda è ambientata a Leeds, una cittadina buona per abituare i malati terminali alla morte. A Cristopher Road, vive una ragazza con un nome di fiore, Camelia, che traduce istruzioni per le lavatrici. Con lei la madre, L., che fotografa i buchi che trova a casa. Sono entrambe affette da anoressia verbale, e muoiono ogni giorno dietro a un alfabeto di sguardi, in una casa che sembra anche lei morire con loro. Un lutto non elaborato. La morte del padre e marito, Stefano, che è caduto dentro a un buco, a bordo della sua auto, con amante al seguito. E da allora dentro a quel buco ci sono anche loro, Camelia e L. Prima del buco, Camelia studiava cinese e L. suonava il flauto e assomigliava a Cate Blanchett.
In questa agonia, nell'intimità della loro casa, il lettore segue le due donne mute. Segue Camelia per le strade di Leeds, come Clarissa Dalloway per le strade di Londra.

Ma poi Camelia incontra Wen, e ricomincia a studiare cinese, come prima. Prima del buco. Prima che tutti quei buchi entrassero nella sua vita. O per meglio dire prima che tutta la sua vita e quella della madre fossero inghiotte da e in quei buchi.

Dall'anoressia verbale alla bulimia sentimentale. Camelia conosce Wen. Ma poi c'è anche Jimmy. E c'è un'altra ragazza, anche lei con un nome di fiori, Lily. E poi sua madre che torna ad essere Livia, Cate Blanchett, la suonatrice di flauto che non fotografa più buchi.

Ma la forza di Settanta acrilico trenta lana è nel linguaggio, nelle parole. Nelle metafore che una dopo l'altra, la penna di Viola Di Grado vomita con la forza della lava eruttata dall'Etna.
Ne Lo spleen di Parigi, Baudelaire racconta che il poeta ha perso l'aureola. È uno dei tanti della folla, ora.
Viola è uno dei pochi poeti che ha afferrato quell'aureola, caduta nel fango, l'ha pulita e adesso la indossa. Lei non è una che scrive libri. È una scrittrice. Una che non vede le cose come le vediamo noi comuni mortali, uomini della folla. Per lei, la luce porno del tramonto può essere uno spettacolo osceno, in cui la testa rossa del sole scendeva a leccare le creste nere degli alberi.
Quello che fa la differenza tra chi scrive i libri e chi invece è uno scrittore è proprio questo. La luce di un tramonto. Non la substantia. Non il che cosa. Ma la forma, il come.



venerdì 4 febbraio 2011

ATENEurO

Per la categoria degli universitari, questo periodo è tra i più critici dell'anno. Il motivo? In una parola: esami. Una sequenza di cinque lettere mortali in grado di scatenare reazioni (che neanche un chimico potrebbe lontanamente immaginare!) Ma cosa dico?! Rivoluzioni nella vita dello studente, compromettendone gli equilibri psicofisici (talvolta in maniera irreversibile). L'universitario, intorno al mese di Gennaio (sarà l'influenza del Santo Natale? Macchè: è il terrore degli esami) riacquista improvvisamente, come già Paolo sulla via di Damasco, la fede. Prega. Prega di superare l'esame. E si chiude in una clausura degna della Capinera di Verga. Gli anticlericali incalliti, invece, sognano, come nella celebre favola, di addormentarsi per poi risvegliarsi (non con un bacio del Principe!) ma con tutte le materie registrate, alla fine della sessione. Sì, avete capito bene. Per lo studente universitario una firma sul libretto può essere più preziosa di quella apposta su un assegno da un milione di euro. E poi vi sono studenti che invocano, in sedute spiritiche, esimii personaggi del passato perchè possano aiutarli nello studio della materia o “mettano una buona parola” per l'esame. O ancora: studenti, come M, che per sentirsi “controllati” e “osservati” si registrano con la web cam, mentre ripetono (e si dimenticano di spegnerla). Studenti che dichiarano la propria morte prima di ogni esame (e poi la propria resurrezione appena lo hanno superato). Studenti in preda a fame convulsiva (perchè sono nervosi) o a digiuni quaresimali (perchè non c'è tempo per mangiare!). Studenti che citano, a sproposito, cose appena studiate. Che si esprimono con strane congiunzioni come “allorquando” o usano strane formule per fare la reivindicatio di una penna che hanno dato in prestito. Studenti, come V, che studiano diritto internazionale e sognano che popoli inesistenti possano autodeterminarsi (Il Konfinistan Libero!) . E poi ci sono studenti che di notte, incubano tutto quello che studiano. Che sia l'usufrutto, grafici del debito pubblico o Anna Karenina. E altri che addirittura si dedicano a sogni creativi, e immaginano opere mai scritte come le Ebbridi di Nietzche: tappa centrale per comprendere il rapporto del filosofo tedesco col mondo greco e che segnerebbe il passaggio dalla filologia alla filosofia! Studenti che per ricordare le formule di analisi, come G, tappezzano la casa con strani segni che neanche le piramidi egizie sono così decorate! E poi studenti che incominciano a rilasciare strane dichiarazioni come “non mi va di sbandierare quanto studio”. Case di studenti fuori sede che diventano ostelli, asili per i rifugiati, strani luoghi di incontro per gente depressa e pessimista che con certezza sa di non superare l'esame del giorno dopo. Programmi di studio giornalieri che per seguirli bisognerebbe studiare 30 ore su 24 al giorno e che, di conseguenza, non sono mai rispettati. Giorno della laurea agognato, meta irraggiungibile. Eccolo lo studente universitario in questa stagione dell'anno. Altro che ateneo... ateNEURO.
"Non avrei mai potuto pensare di detestare Tiziano. L'uomo col guanto, però, sono io."
 (cit. Studente universitario prima di un esame)

martedì 1 febbraio 2011

Hotel des Bains

Gustav ha problemi di cuore. Problemi, inizialmente, solo di natura clinica (ha avuto una crisi cardiaca). Illuso, crede di poterli risolvere recandosi a Venezia. E, invece, no. Li complica. Non ha fatto i conti con l'imprevedibilità dell'innamoramento. E, ancora peggio, con l'oggetto del suo desiderio: Tadzio. La vicenda si conclude drammaticamente con la morte a Venezia di Gustav, che invano ha rincorso il suo giovinetto polacco. Il grande Gustav messo in ridicolo da un amore non corrisposto. Ma non è finita: in tutto questo, la madre del giovine Tadzio passa inosservata. Una presenza secondaria, relegata al ruolo di comparsa! Ditemi se tutto questo non è ingiusto o irrazionale.

La donna comparsa:

Rabbia. E dispiacere.
Tutto questo non accade solo all'Hotel des Bains.

sabato 29 gennaio 2011

Domanda da un milione di euro. Rumor e donne di palazzo.

Pare che una Tizia abbia vinto un milione di euro al Milionario. Complimenti vivissimi.

La mia domanda da un milione di euro suona più come un interrogativo destinato a morire senza risposta. Ma fortunatamente non ha carattere esistenziale. Anzi. Non a caso questa malsana e inutile riflessione trova accoglimento in un blog d'aria fritta. Ora: presumendo acquisiti fondamenti di storia del Novecento, ricorderete che un tale Benito M., o per meglio dire il suo cadavere, venne esposto in Piazzale Loreto nel lontano 1945. Ma non da solo. Con lui una donna. Nella cattiva sorte l'ha seguito non la devota e virtuosa matriarca, donna Rachele. Ma l'amante, Claretta P.

Mi chiedo: ma se il Presidente B, che tante volte si è divertito a scimmiottare il fu Benito M., dovesse fare la stessa fine (ipotesi, tocchiamo ferro, remota!  ma divertente) sulla pubblica piazza, pardon piazzale, che donna troveremmo al suo fianco? Dov'è finita Claretta P. ?

Happy ending.
 
Non ci sono più le cortigiane di una volta.

venerdì 28 gennaio 2011

Lacci e catene noi spezzerem!


Sta ancora canticchiando slogan che inneggiano alle donne, Winifred Banks quando ritorna trionfante nella sua lussuosa residenza, al numero 17 di Viale dei Ciliegi. Ad aprirle la porta Ellen, la domestica. E poi c'è Tata Cathy, che ha qualcosa da dirle. La Signora Banks, però, non sta ad ascoltarla. Indossa una fascia con su scritto “Votes for women” ed è infervorata dalla manifestazione alla quale ha partecipato. Elettrizzata, fa un breve resoconto: La signora Whitbourne-Allen si è incatenata alle ruote della carrozza del primo Ministro! Fuori dalla quattro mura di casa, Winifred è una suffragetta, combatte per la dignità e la libertà delle donne. Dinanzi al marito, invece, recita il ruolo della moglie asservita e devota. E torna ad essere la Signora Banks. Ognuno è incardinato in un posto, assegnato dalla società. Il Signor Banks, pater familias e zelante funzionario in banca, è l'esimio rappresentante dell'alta borghesia vittoriana. Vive proprio come un re. Winifred è una suffragetta part time. Sa bene che la sua causa “manda in bestia il signor Banks”. Le piace prender l'uomo a tu per tu, ma dinanzi al marito si annulla. Si sente inadeguata anche ad assumere una governante. Incarico che più efficientemente potrà portare a termine il marito, incapace di sbagliare. Per lei è più facile lottare fuori e il traguardo del voto alle donne è molto più vicino dell'emancipazione dal marito.



BANKS: Scegliere una governante è un compito importante e delicato. Richiede intuito, una valutazione equilibrata e l'abilità di capire il carattere. Date le circostanze, credo che sarebbe opportuno che io assumessi personalmente questa grave incombenza.
WINIFRED: Oh sì! Fallo.
BANKS: E per trovare la persona adatta, affronterò il problema nel modo adatto. Metterò un'inserzione sul Times. Vuoi scrivere, per favore?
WINIFRED: Oh, sì, certo.
BANKS: Cercasi... no, esigesi bambinaia severa, rispettabile, senza grilli. La bambinaia in questa casa / sarà un esempio di virilità / e con dei pargoli così / io voglio qui / una che tremare li farà. Stai scrivendo tutto?
WINIFRED: Sì, caro. Tutto.
BANKS: Se in banca mai io ho debolezze / neppure qua diverso sarà / esigo quella austerità / che porterà / un freno al caos, disordine, scandali / se no non ci si salva più
WINIFRED: Splendido, George, affascinante, il Times ne sarà entusiasta.

martedì 25 gennaio 2011

Le fotocopie? Un lusso che l'Università di C. non può permettersi

Ore 10:30, Facoltà di G. Esame di d. i. Tizio (per opportunità chiamato “professore”) : “Siccome abbiamo un budget limitato, non ci sono soldi sufficienti per fare le fotocopie. Vi detterò a voce il caso che dovete risolvere.”. Malcontento generale. Da più parti sento dire: Ma come? Assurdo! Pago le tasse e non ci sono i soldi per fare le fotocopie? Gli economisti e i matematici della situazione fanno un breve calcolo della spesa “insostenibile” . In aula, meno di 100 studenti, per 3 centesimi di euro a foglio. Risultato: una somma ridicola di circa tre euro. Lo spaccone di turno propone di dare lui stesso cinque euro al professore. Altri, nostalgici sessantottini, propongono una colletta per far fronte all' “emergenza” comune. Ovviamente la consegna del compito è stata dettata. E per una mezz'ora, in quell'aula, si è tornati indietro, al dettato della prima elementare. Dopotutto solo nei panni di maestro delle elementari, Tizio è a suo agio.

domenica 23 gennaio 2011

Quando a piovere dal cielo non è la manna

Lo sappiamo che c'è la crisi. Tutti ci auguriamo che la biblica manna possa prima o poi cadere dal cielo anche per noi, come fu per gli Ebrei che attraversavano il deserto, ma siamo tutti abbastanza scettici circa la possibilità che tale circostanza si realizzi di nuovo. E ancora, per restare in tema di cielo e in ambito religioso (inclinazione alla par condicio), si sa che il Corano è altresì definito “il libro disceso dal cielo”. Ancora: quando le circostanze climatiche lo consentono, ecco un modo di dire tutto italiano (seppur, ho appena scoperto, risalente agli Egizi): “Piove, governo ladro!”. Al di là di tutte le proverbiali espressioni degne della migliore antologia di Padron 'Ntoni, è bene sapere che dall'alto può cadere anche dell'altro. Per esempio un essere umano “vivo e vegeto”. Uno dei tanti che affollano le discoteche, in un sabato di ordinaria follia. Uno dei tanti in preda a danze sfrenate al ritmo di musica rock. Eccolo precipitare, quattro metri più giù, addosso al malcapitato di turno, che stava tranquillamente seduto. Nulla di grave, fortunatamente. E di certo nulla di cinematograficamente paragonabile alla tragica vicenda che ha reso orfana Amélie Poulain. A cadere, in quell'occasione, infatti, un turista del Quèbec, che aveva deciso di suicidarsi, buttandosi giù da Notre-Dame. Per Amandine Fouet, appena uscita dalla cattedrale, nulla da fare.

Ecco il turista del Quèbec cadere da Notre-Dame.



venerdì 21 gennaio 2011

Chissà se il Presidente B. sopporta il freddo

Nell'universo dantesco, il tradimento è il più grave dei peccati, soprattutto se compiuto contro chi si fida. I traditori della patria “cagnazzi fatti per freddo” (vv.70-71, Canto XXXII, Inferno) sono immersi nel ghiaccio sino al capo col viso in su, nell'Antenora, la seconda parte del Cocito.


Ecco Dante alle prese con un traditore: Bocca degli Albani (vv. 79-102)

Piangendo mi sgridò: "Perché mi peste?
se tu non vieni a crescer la vendetta
di Montaperti, perché mi moleste?".


E io: "Maestro mio, or qui m’aspetta,
sì ch’io esca d’un dubbio per costui;
poi mi farai, quantunque vorrai, fretta".


Lo duca stette, e io dissi a colui
che bestemmiava duramente ancora:
"Qual se’ tu che così rampogni altrui?".


"Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,
percotendo", rispuose, "altrui le gote,
sì che, se fossi vivo, troppo fora?".


"Vivo son io, e caro esser ti puote",
fu mia risposta, "se dimandi fama,
ch’io metta il nome tuo tra l’altre note".


Ed elli a me: "Del contrario ho io brama.
Lèvati quinci e non mi dar più lagna,
ché mal sai lusingar per questa lama!".


Allor lo presi per la cuticagna
e dissi: "El converrà che tu ti nomi,
o che capel qui sù non ti rimagna".


Ond’elli a me: "Perché tu mi dischiomi,
né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti
se mille fiate in sul capo mi tomi".

giovedì 20 gennaio 2011

IL CARTACEO È VINTAGE

Alliance Française, ore 19: 00. F, giovane studente universitario, usa un dizionario di francese rigorosamente cartaceo, elegantemente rilegato. Alla sua destra, M, briosa prof. in pensione, ha con sé un computer portatile; lei preferisce consultare il dizionario online, più pratico e veloce. E poi c'è A, pensionato con la passione per le lingue (oltre che un ottimo produttore di vino), che sfodera un nuovo aggeggio. Un piccolo schermo piatto nel quale, dice, è contenuta un'intera biblioteca. Centinaia di libri tutti condensati lì dentro. E non solo in italiano. La sua, spiega, è una biblioteca multilingue. Ed ecco che incomincia a passare in rassegna alcuni titoli. Da Grazia Deledda a Victor Hugo ... insomma chi più ne ha più ne metta!E con orgoglio mostra come sia facile girare pagina con un solo touch (stavo per dire clik, caspita come sono fuori tempo!). G, anche lei una giovane studentessa, si mostra scettica quanto me e F. Non fa male agli occhi? Chiede. Ed ecco che A, con soddisfazione, spiega che l'aggeggino è stato appositamente progettato per evitare che gli occhi possano affaticarsi, danneggiando la vista. Certo, è interessante che all'Alliance il mondo appaia capovolto e ad essere diffidenti verso le novità siano proprio i giovani! Laddove coloro che legittimamente potrebbero disinteressarsi e criticare questi nuovi modi di vivere (in questo caso, di leggere) ne sono, invece, ferventi sostenitori... Qualcosa non va? Forse è il momento di mettersi al passo coi tempi? Fortunatamente per me, sono un'amante del vintage... e il cartaceo è vintage.

martedì 18 gennaio 2011

Melanie e gli inseparabili a Bodega Bay

Una di quelle strane cose che si fanno senza pensarci troppo, anzi senza rifletterci proprio, perchè, altrimenti, ci si accorgerebbe immediatamente della loro insensatezza: vado a Bodega Bay! Come la bella Melanie Daniels, ricca e giovane biondona dell'alta società di San Francisco, che vediamo a bordo della sua decappottabile raggiungere questo lontano paesino della California, per un motivo futile, se vogliamo ai limiti del ridicolo: consegnare una coppia di pappagallini inseparabili (Lovebirds) alla sorella (della quale ignora anche il nome) di un avvocato, tale Mitch Brenner, appena conosciuto in un' uccelleria, in circostanze particolari. Una volta a Bodega Bay, facciamo la conoscenza anche di un'altra donna, agli antipodi di Melania (a partire dal colore dei capelli!) la bruna Annie Hayworth, la maestra di scuola del paese, la quale ha deciso di consumare la propria giovinezza a Bodega Bay ammazzando il troppo tempo libero col giardinaggio, pur di stare accanto a una vecchia fiamma che, evidentemente, non si rassegna a dimenticare: Mitch. E poi c'è Lydia Brenner, fragile e insicura vedova che vive in prenda alla paura che i suoi due figli, Mitch e la piccola Cathy (destinataria degli inseparabili) possano lasciarla sola con le sue galline, nell'isolata fattoria oltre il lago, in cui vive... A prescindere da tutto quello che di lì a poco accadrà a Bodega Bay, ciò sul quale è interessante riflettere è il “la” dal quale si origina tutta la vicenda. Vado a Bodega Bay!

domenica 16 gennaio 2011

Tu sei quello che i Francesi chiamano “l'incompétent”. Il fenomeno de La Signora della porta accanto.

“Chi si accontenta gode?” Ma dico: scherziamo? Raccogliamo quotidianamente i frutti malsani di questa politica della mediocrità. È quello che mi piace definire come il fenomeno de La signora della porta accanto. Che cosa intendo dire? Che tutti si sentono competenti a fare tutto. Per carità, non nego che esistano persone, anzi “superuomini”, che riescano ad eccellere in diversi campi, ma non è certamente il caso dell'uomo comune. Della signora della porta accanto. Riporto qualche esempio desunto dalla prassi. Non è difficile incontrare aspiranti attori o registi, senza alcun tipo di esperienza ascrivibile al campo del teatro (che sia anche lo spettacolo parrocchiale!) o del cinema, ma anche solo dell'arte in senso lato, i quali, interrogati sulle ragioni che li hanno indotti a iscriversi a pseudo corsi di laurea, che si propongono di sfornare i Kubrick del domani, rispondano con frasi del tipo: “Perchè amo molto il cinema, vedere film... Il mio film preferito è Kill Bill.” Gettonato, o per meglio dire, idoneo a conferire la patente di cinefilo è anche, soprattutto per le ragazze, la visione de Il favoloso mondo di Amèlie.

Un altro esempio? Basta entrare in libreria per notare con sdegno quanti “libri” di presunti scrittori siano in circolazione. Non è difficile trovarsi per le mani “romanzi” d'esordio di quattordicenni che ci raccontano della loro prima cotta, intervallando ad ogni parola, file di infiniti puntini di sospensione. O ancora vecchie casalinghe che per ammazzare il tempo scrivono il resoconto della loro vita ordinaria e pretendono che essa possa interessare a qualcuno. Quanta presunzione in capo a gente che farebbe bene ad arare campi. O tempora, o mores!
 

sabato 15 gennaio 2011

Il ritorno di Valenkaja. Tossisco quando ho un po' di paura.

Il desiderio di incontrala. Sperare che questa volta sia veramente lei. Troppo dolore. Troppa sofferenza. Una sola arma per difendersi: una corazzata di durezza. Ma quando la vede si rende conto che non è il solito melodramma. Paura, per quel copione ben recitato. Ne schiva lo sguardo. E ricordi dolorosi riaffiorano attraverso le sue parole. E poi quei colpi di tosse. Valenkaja è tornata dal buio delle tenebre. I fantasmi possono andarsene. Le stanze chiuse potranno essere aperte. E una preghiera: se non dovessi essere tu, non dirmelo mai.

L'imperatrice Madre incontra Valenkaja.
http://www.youtube.com/watch?v=NK7Wnmf8Su8&feature=related