giovedì 5 aprile 2012

Direzione--->diritti civili (per uscire dalla crisi)



Il mio intervento. 

Perché Diritti civili per uscire dalla crisi? Perché parlare di diritti civili al tempo dello spread? Perché intrappolati, come siamo, in questo tunnel buio fatto di finanza, mercati e numeri l'unica via d'uscita percorribile mi sembra essere quella di riportare al centro di ogni confronto e riflessione: l'uomo, e la sua dignità. Promuovere la cultura dei diritti civili.
Rimettere i diritti civili tra le priorità dell'agenda politica di questo Paese non è semplicemente giusto, non è semplicemente irrinunciabile per un Paese che voglia essere civile, ma conviene. Penso che se vogliamo ripartire, voltare pagina, non possiamo più permetterci di prescindere da quelle che devono essere le nuove parole d'ordine: Donne, Giovani, Sud.
Perseguire la strada oggi percorsa significherà continuare a privare il Paese di risorse preziose. Significherà compiere una scelta precisa: quella di rinunciare a una sostanziale fonte di ricchezza per il nostro Paese.
Incominciamo dai noi giovani, definiti bamboccioni e sfigati. Dopo un Berlusconismo che ci ricordava solo quando c'era da fare i tagli all'istruzione, si torna a parlare di “giovani”.
Anche se non mi è chiaro, come in concreto il Governo Monti stia pensando a noi “giovani”, e mi riferisco anche alla Riforma del Lavoro: e sul punto spero di sbagliarmi quando penso che si miri solo a stabilizzare il precariato. Ma quello che mi preoccupa della precarietà, non è il contratto precario in sé. No. Perché noi non siamo una generazione di precari. Ma una generazione precaria. E qui sta la differenza. Drammatica.
Per noi la precarietà non è una categoria giuslavoristica, per noi la precarietà è qualcosa di più profondo, una condizione dell'esistenza. Si può essere precari a 60 anni, e avere un contratto stabile a 20. Ma noi restiamo sempre precari.
In questi giorni si è sentito molto discutere di matrimoni per gli omosessuali, vi invidio. Perché la parola “matrimonio” implica progettualità, pensare a lungo termine: “categorie” sempre più lontane da noi. Ed è proprio questo il punto. Parole come “Per sempre, indeterminato, fisso, sicuro,” non ci appartengono più, sono ormai cancellate dal vocabolario. A loro posto ci avete bombardato di spot che inneggiano a vivere il momento: life is now.
Il nostro è un Paese che non investe in noi, e lo abbiamo visto quando siamo scesi in migliaia di studenti in piazza a urlare con ogni mezzo pacifico e non violento contro la Riforma della Gelmini. . Le urla di quelle piazza si è scontrato col silenzio assordante e indifferente di chi non ci ha ascoltati, ma anzi ci ha accusati di essere dei privilegiati bamboccioni e facinorosi scansafatiche. Quando abbiamo difeso il nostro diritto allo studio lo abbiamo fatto perché sappiamo che la scuola e l 'università rappresentano l'occasione per essere tutti uguali, per avere tutti le stesse opportunità e ridurre le diseguaglianze sociali, in un Paese come il nostro in cui è alta la correlazione che esiste tra i redditi dei genitori e quelli dei figli. Ma quando parlo di diritto allo studio, non lo faccio solo in nome di un'uguaglianza sociale. Non voglio sentirmi più sfortunata, con meno possibilità, meno competitiva solo perché sono italiana. Voglio avere le stesse opportunità dei miei colleghi che studiano in Germania, in Belgio, in Svezia o in Inghilterra. E qui vi racconto un breve aneddoto che risale a qualche giorno fa. Parlando con un ragazzo inglese qui a Catania per l'Erasmus e che studia ai Benedettini, ho detto lui: Vedi, hai la fortuna di studiare nella più bella università d'Europa, lo sai? Quello è un luogo storico!
Mi ha guardata è ha riso: Sarà anche la più bella d'Europa, ma è vergognoso che io segua le lezioni seduto per terra.
Ecco a cosa mi riferivo.
Un paese che vuole guardare al futuro, pensare a domani, deve investire oggi nelle nuove generazioni. Altrimenti, un paese senza prospettive, è morto.
E andiamo poi a un altro grande tema quello delle Donne, della cosiddetta rivoluzione delle donne. Anche in questo caso, l'Italia è un fanalino di coda rispetto agli altri paesi europei. Perché si parla di rivoluzione incompiuta?
La prima rivoluzione, quella dell'istruzione femminile, è quasi pienamente compiuta, perché le giovani italiane sono ormai più istruite degli uomini (anche se si registra un'auto segregazione femminile verso le facoltà umanistiche; le donne si fanno guidare più degli uomini dalle proprie inclinazioni e guardano meno al mercato del lavoro in termini di occupazione e di guadagno).
La seconda rivoluzione, invece, quella del mercato del lavoro, è largamente incompiuta. I tassi di disoccupazione femminile sono ancora più alti di quelli maschili, e il divario aumenta soprattutto nelle zone del Mezzogiorno.
La rivoluzione all'interno delle famiglie,quella della divisione dei compiti familiari tra uomini e donne, è una rivoluzione “tradita” dagli uomini, ancora lontana dal compiersi.
E probabilmente le ragioni di tale incompiutezza sono da ricollegarsi a una rivoluzione che a stento è cominciata, la rivoluzione nella politica. Il cammino verso la piena rappresentanza delle donne è infatti lento e faticoso. Ed è ancora marginale la presenza delle donne in politica nel nostro paese, anche se negli ultimi mesi si sono aperte delle speranze...
Tornando al titolo dell'incontro di oggi, una tesi che si sta diffondendo è quella della womenomics. Valorizzare le donne non risponde solo a principi di pari opportunità e di eguaglianza di generi, ma fa crescere l'economia. Perché favorire la partecipazione femminile significa ridare impulso allo sviluppo dell'economia dei servizi e garantire anche più ricchezza alle famiglie.
Da sfatare è il vecchio pregiudizio dell'incompatibilità lavoro-figli, anzi: un lavoro fisso e sicuro oggi è sempre più spesso una precondizione per la maternità. Interessante, poi, registrare la correlazione tra due dati: lavoro femminile e fecondità. Un ultima riflessione: come valorizzare le donne, il lavoro femminile è ancora una risorsa inutilizzata anche perché quello che si è verificato è una “mascolinizzazione” dei modelli femminili nella partecipazione al mercato del lavoro, laddove sarebbe auspicabile una valorizzazione delle differenze di genere. È fondamentale, per questa valorizzazione, che le imprese imparino il linguaggio e la cultura delle donne, e valorizzare appunto le loro attitudini, senza mascolinizzarle.

E infine dicevo della rivoluzione che deve cominciare, quella politica. Il traguardo della pari rappresentanza delle donne deve rappresentare il mattone di una costruzione culturale comune.
Non si deve trattare di rivendicazioni individuali, di genere. La piena rappresentanza delle donne deve essere un traguardo dell'intera collettività e della democrazia. Per questo essa è una battaglia di civiltà alla quale tutti, donne e uomini insieme, sono chiamati a prendere parte attiva. La mia prima proposta che lancio come referente di Equality Italia in Sicilia, riguarda proprio una proposta di legge regionale per inserire la doppia preferenza di genere, sul modello della legge campana.

Chiudo il mio intervento con il riferimento a due grandi donne del nostro tempo impegnate a combattere seppur in modi e luoghi diversi una guerra per un mondo più giusto e uguale. La prima è Rossella Urru, per la quale auspichiamo presto la liberazione. E l'altra è Aung San Suu Kyi, figura esemplare nella difesa e promozione dei diritti civili, ha condotto una vita in direzione ostinata e contraria per realizzare il suo sogno di libertà e democrazia. E proprio ieri è stata eletta al Parlameno, in elezioni che sanciscono una svolta storica per la Birmania.  

Guarda lo spot A scuola di diritti 

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