lunedì 4 marzo 2013

La strage delle donne in "presa diretta"- Articolo per "Il Manifesto"




Finalmente la televisione si occupa, seriamente e con competenza, del tema del femminicidio, come è accaduto domenica 24 febbraio, in prima serata, su Rai3 a “Presa Diretta” , nella puntata “Strage di donne”.
Sottolineo seriamente e con competenza perché in verità di questo tema si parla spessissimo, anche in televisione, in spazi abbastanza “popolari”, nel primo pomeriggio, per esempio, ma con effetti dannosi che possono provocare un vero e proprio boomerang: insomma: mai come in questo caso è meglio decidere (con responsabilità) di non parlare. Trattare il tema del femminicidio all’interno di cliché (il “raptus” improvviso dell’assassino “geloso”, e la sua implicita assoluzione, vedi il recente caso Pistorius), infatti, è dannoso, oltre che moralmente inaccettabile verso le donne uccise (ma ciò riguarda la coscienza individuale).
Nulla di tutto ciò nella puntata “Strage di Donne”, anzi un nuovo ed inedito sguardo sulla questione. Non sono state invocate pene più severe o più polizia ma al contrario si è insistito sulla necessità di una strategia di lungo periodo (finanziamento dei centri antiviolenza, prevenzione, educazione).
In questo reportage, Iacona, attraversando l'Italia da Sud a Nord, ha focalizzato l’attenzione sui punti centrali per comprendere il fenomeno delle violenze, smontando i luoghi comuni: i femminicidi non sono mai l'effetto di un “raptus” improvviso. Le donne uccise subiscono, prima dell’omicidio, violenze psicologiche e fisiche da parte del futuro assassino. Ci sono indici obiettivi di rischio, ma non è possibile fare un identikit dell'assassino, che non è un malato “individuabile” e quindi “guaribile” con una terapia. Anzi fil rouge di questi femminicidi sono la lucidità e la serenità degli assassini. Iacona libera le donne dal loro “status” di vittime e complici, sottolineando più volte come le donne assassinate al contrario erano donne forti e indipendenti, che avevano deciso di dire “basta” alla violenza subita, e in molti casi avevano lasciato i propri partner (ex mariti, ex fidanzati), i quali si vendicano del torto subito, uccidendole (“Se non sei mia, non sei di nessun altro” è una frase ricorrente).
Un altro dato rilevante messo in luce è la cosiddetta “ questione meridionale” e il divario profondo Nord/Sud anche sul tema della violenza maschile. Questo non significa che al Nord le donne non muoiano come al Sud, ma che vi sono differenze “geografiche”, specchio di una maggiore arretratezza della cultura e mentalità meridionale, ancorata tutt'oggi all’idea di proprietà della donna da parte dell’uomo. Una violenza camuffata malamente sotto il vessillo della “gelosia”. In linea tendenziale, possiamo dire che le donne del Sud sono lasciate sole dal contesto sociale di riferimento (vicini di casa, amici o parenti omertosi), mentre al Nord le donne, spesso col supporto della famiglia, si rivolgono alle Istituzioni , denunciano anche più volte prima dell’omicidio il loro aguzzino.
In entrambi i casi, le donne sono abbandonate e muoiono nel silenzio omertoso che, quando non è dei vicini, amici o parenti complici, è di uno Stato (più assordante e rumoroso del primo) che non riesce a proteggere le proprie cittadine. E proprio questo dato è il più inquietante: l’incapacità della giustizia e dello Stato nell’adempiere al proprio ontologico e primario dovere di protezione (a fortiori quando le assassinate hanno più volte chiesto aiuto alle Istituzioni attraverso denunce, rimaste ferme a impolverarsi in qualche labirintico angolo di tribunale).
Un altro aspetto fondamentale della puntata di Iacona, come accennato, è stato lo spazio dato ai “protagonisti” della vicenda: i “cattivi”. Penso alle illuminanti parole di uno degli intervistati, che segue un training in un centro-antiviolenza, del quale mi hanno colpito due passaggi in particolare. Nel primo egli fa riferimento ad una incontrollabile “escalation” di violenza, da verbale a fisica, fino al momento in cui “ti si spegne la luce”. Si perde il controllo, e questo spiega l'efferatezza di questi omicidi, in cui non ci si ferma alla coltellata mortale. Nel secondo, analizza lucidamente l'incapacità degli uomini a mettersi in discussione, diversamente dalle donne che, essendo in continua evoluzione, sono più avanti. Quando la distanza diventa incolmabile, esiste una sola “scorciatoia” grazie alla quale l’uomo può recuperare vantaggio: l’uso della maggiore forza fisica.
Parlano e s’interrogano questi uomini violenti, fanno una cosa che le donne fanno da sempre.” dice alla fine dell'intervista Iacona, il quale continua, rivolgendosi agli uomini “Ci possiamo riconoscere anche solo in parte in questo racconto?”. Non solo questa puntata è stata condotta da un uomo (a sottolineare che il femminicidio non è una “questione di femmine”), ma Iacona non si rivolge alle donne maltrattate (come sempre accade) ma ai reali responsabili di questa mattanza: gli uomini maltrattanti.
Nell'ultima parte della puntata invece si è focalizzata l'attenzione sul vero “complice”: lo Stato, con la non-strategia nell’affrontare efficacemente la questione della violenza.
Una donna su tre è vittima di violenza nel nostro Paese, stando all’ultima statistica Istat del 2007 (da allora non sono più stati aggiornati i dati). La legge sullo stalking, l’unica arma oggi in mano alle donne che subiscono violenze, è solo del 2009 ed è largamente inattuata. Senza contare che il nostro Paese non si è allineato alla raccomandazione UE che prevede un centro antiviolenza ogni 10000 persone e un centro d'accoglienza ogni 50000. Questo significherebbe che in Italia dovrebbero esserci più di 5000 posti, a fronte degli esistenti 500. Italia fanalino di coda rispetto agli altri Paesi europei, anche in questo, inoltre non esiste un osservatorio sulla violenza, infatti non abbiamo dati ufficiali sulle donne uccise. Nel nostro Paese i centri antiviolenza operano nell’assoluta precarietà, alla mercé delle discrezionali e discontinue “attenzioni” che l’ente locale di riferimento (o per meglio dire la sensibilità di chi lo governa) ha su questi temi, e quindi nel disporre finanziamenti. Non a caso il Sud, ancora una volta, mostra solo inadeguatezza ed arretratezza (la regione più grande d’Italia, la Sicilia, ha una sola casa protetta a Palermo con 15 posti letto! Mentre in Molise non esiste nessun centro) rispetto al Centro e Nord del Paese, dove i centri antiviolenza sono molto più numerosi, fino al “caso” del SudTirol, dove si applica il “modello austriaco” che prevede di investire ingenti risorse per i centri antiviolenza.

Questo articolo è stato pubblicato su "Il Manifesto" e in una prima versione con il titolo "Alcune impressioni a caldo dopo aver visto Strage di Donna" per il blog "Un altro genere di comunicazione


1 commento:

  1. Ho letto il bellissimo libro denuncia di Iacona, lo consiglierei nelle scuole !!!

    RispondiElimina