venerdì 25 gennaio 2013

CAMILLE CLAUDEL: UN RITRATTO “OLTRE RODIN”


CAMILLE CLAUDEL: UN RITRATTO “OLTRE RODIN”

A Parigi, nell’Ile St Louis al numero 17 di quai Bourbon c’è una lapide in pietra bianca a ricordare Camille Claudel.
 La lapide di Camille Claudel
La lapide commemorativa (foto di G. Bonomo)
Proprio qui, nel suo atelier, si trova Camille, il 10 Marzo 1913, quando a viva forza è portata nell’Ospedale psichiatrico di Ville-Evrard.
(…) Lunedì scorso 2 forsennati sono entrati in casa mia, in quai Bourbon, mi hanno presa per le braccia e mi hanno lanciata dalla finestra del mio appartamento in una automobile che mi ha condotta in un manicomio. (…)”.
(pag. 172, Camille Claudel, Corrispondenza)

Camille Claudel all’età di 19 anni
Quel giorno la famiglia Claudel si liberava finalmente e definitivamente del peso della “pazza” Camille, che rimarrà interdetta per trentanni, fino alla morte, prima nel manicomio di Ville-Evrard e poi di Montdevergues.
La follia di Camille risiedeva nel suo stile di vita anticonformista e controcorrente, per la società perbenista e borghese dell’epoca.
Camille, infatti, fin dall’infanzia manifesta un’attitudine per la cultura e l’arte, un’anomalia rispetto al destino di moglie e madre che spettava alle giovani di buona famiglia dell’epoca (un modello, invece, perfettamente seguito dalla sorella: madre e moglie esemplare). Tra tante difficoltà Camille riesce ad entrare nell’Atelier di Alfred Boucher dell’Accademia Colarossi, ed è proprio durante un soggiorno del Maestro che Camille incontra Rodin.
Camille ha 19 anni e Rodin 41, nonostante la distanza anagrafica, inizia tra i due un sodalizio artistico e amoroso. Camille diviene infatti modella, allieva e musa ispiratrice di Rodin.
 Emerge chiaramente quanto Camille fosse uno spirito libero e “fuori epoca” in una lettera indirizzata a Rodin nel luglio 1891 scrive:
“ Dormo completamente nuda per illudermi che lei è con me ma quando mi sveglio non è più la stessa cosa.
 (pag 54 op.cit.)
 Rodin_ritratto di Camille Claudel
Rodin: Ritratto di Camille Claudel
Un binomio quello di “artista” e “amante” che tratteggia il profilo di una donna che, sebbene ai nostri occhi appare di certo interessantissima e appassionante, si rivela una trappola “liberticida” per Camille.
Camille, esiliata per trentanni, derubata della sua ispirazione e della sua arte, muore abbandonata nell’indifferenza più assoluta.
Oltre che dalle sue opere di un’eleganza e bellezza immortale: un vero e proprio testamento artistico, un ritratto interessante e inedito dell’artista emerge anche dalle lettere scritte prima e soprattutto dopo il ricovero in manicomio, del quale Camille parlerà sempre in termini di “prigionia perpetua” “esilio” “schiavitù”.
 In una lettera alla madre Madame Claudel, il 2 Febbraio 1927, durante l’esilio a Ville-Evrard , scrive:
È curioso che voi disponiate di me come vi pare senza chiedere il mio parere senza sapere cosa accade non siete mai venuti qui e sapete meglio di me cosa mi serve. (…) Sei ben crudele a rifiutarmi un asilo a Villeneuve. Non farei scandali come tu credi. Sarei troppo felice di riprendere la vita normale per fare qualunque cosa. Non oserei nemmeno muovermi tanto ho sofferto. (…) Non farei assolutamente niente di riprovevole, ho troppo sofferto per poter mai riprendermi. Quanto a me, sono così disperata di continuare a vivere qui che non sono più una creatura umana. Non posso più sopportare le grida di tutte queste creature, mi fa venire la nausea. Dio, come vorrei essere a Villeneuve! Non ho fatto tutto quello che ho fatto per finire la mia vita come un numero in una casa di cura ho meritato qualcosa di diverso, non se ne dispiaccia Berthelot.
(pag.194, op.cit.)
Camille_Claudel nel Suo Atelier
Camille Claudel mentre scolpisce “Sakoutala”, con Jessie Lipscomb , 1887
 Camille è un’artista consapevole della propria arte e del proprio talento come lei stessa scrive al Dottor Truelle, nel 25 Ottobre 1913
(…) Le dirò quel che conteneva il mio atelier su cui Rodin e i suoi amici hanno messo le mani. (…) [segue elenco degli album, sculture, disegni,utensili etc.] Inoltre tutte queste opere derivano da un’arte assolutamente nuova che io ho scoperto, un’arte che non si era mai vista sulla terra e che ha un valore inestimabile. E’ il risultato del lavoro di tutta la mia vita dall’età di 14 anni fino a ora. (…)
(pag. 183 op.cit.)
 In un’altra lettera, al dottor Michaux, del 25 giugno 1917 o 1918, invece scopriamo i motivi della “follia” di Camille:
 Signor dottore,
forse non ricorda più la sua antica cliente e vicina. M.lle Claudel, che fu rapita da casa il 3 marzo 1913 e portata a forza nei manicomi da cui forse non uscirà mai. Sono cinque anni, tra poco sei, che subisco questo tremendo martirio. Dapprima venni portata nel manicomio di Ville-Evrard poi, da lì, in quello di Montdevergues presso Montflavet (Vaucluse). Inutile descriverle le mie sofferenze. Ho scritto recentemente a Monsieur Adam, avvocato, a cui lei mi aveva raccomandato, e che un tempo mi aveva difeso con tanto successo, pregandolo di volersi occupare ancora di me. Ma in questa circostanza anche i suoi buoni consigli mi sarebbero necessari perché lei è uomo di grande esperienza e come medico è perfettamente a conoscenza del problema. La prego dunque di parlare del mio caso con Monsieur Adam e di riflettere su cosa potreste fare per me. Da parte della mia famiglia non c’è niente da fare; subendo l’influenza di persone malvagie, mia madre, mio fratello e mia sorella ascoltano solo le calunnie di cui mi hanno coperto.
Mi si rimprovera (crimine spaventoso) di aver vissuto da sola, di passare la mia vita con dei gatti, di avere manie di persecuzione! È a causa di queste accuse che sono incarcerata da 5 anni e mezzo come una criminale, privata della libertà, privata del cibo, del fuoco e delle comodità più elementari. Ho spiegato a Monsieur Adam in una lunga lettera gli altri motivi che hanno contribuito alla mia incarcerazione, la prego di leggerla attentamente per rendersi conto degli annessi e connessi di questa faccenda.
Forse lei potrebbe, come medico, usare la sua influenza a mio favore. In ogni caso, se non vogliono rendermi subito la libertà, preferirei esser trasferita alla Salpêtrière o a Sainte-Anne o in un ospedale normale dove lei possa venire a visitarmi e a rendersi conto del mio stato di salute. Qui pagano per me 150 franchi al giorno e bisogna vedere come mi trattano, i miei parenti non si occupano di me e rispondono alle mie lamentele con il mutismo più assoluto, così si fa di me quel che si vuole. È terribile essere abbandonata in questo mondo, non posso resistere al dolore che mi opprime.
Camille Claudel
 Alla lettera di un amico gallerista Eugène Blòt, il 24 maggio del 1935, Camille risponde:
Un romanzo, anche epico, l’Iliade e l’Odissea. Ci vorrebbe proprio Omero per raccontarlo, io non lo farei oggi e non voglio rattristarla. Sono caduta nell’abisso. Vivo in un mondo così strano, così estraneo. Del sogno che fu la mia vita, questo è l’’incubo.”
 Camille Claudel, un’artista e una donna che vale la pena scoprire e riabilitare“oltre Rodin”, non come una sua epigone o amante.
Nel Museo Rodin a Parigi, vi è una sala a lei dedicata. E oggi l’arte e la vita di Camille sono fonte di ispirazione per film, mostre e libri.
Camille Claudel  - Tutt'Art@ (9)
Camille Claudel “esiliata” a Montdevergues nel 1929

Di seguito propongo per intero altre lettere di Camille dall’ “esilio”

Mio caro Charles,
mi avevi promesso una visita: non si direbbe. Sono passati mesi e tu non sei venuto.
Eppure hai buon cuore proprio come tua madre. Forse anche tu sei malato: scrivimi presto e dammi notizie di tutti voi.
Ho sempre il ritratto di tua madre, la mia buona madrina; non me ne separo mai; penso sempre a lei; vi vedo sempre intorno alla grande tavola di Chacrise. Come si stava bene a quei tempi. Non torneranno mai più. Scrivimi presto. Dimmi qualcosa! Mandami il tuo ritratto o ancor meglio vieni.
Non v’è niente che equivalga la conversazione.
Tanti saluti a tutta la famiglia.
Camille Claudel
a Charles Thierry,
27 agosto 1913
Mia cara Henriette,
è da molto lontano che le scrivo! Non più dal mio grazioso, piccolo atelier del quai Bourbon!
Dal giorno in cui sono stata rapita da casa mia attraverso la finestra, ho cercato spesso di comunicare con lei! Non c’è stato modo, mi sorvegliano giorno e notte come una criminale. Non so se questa lettera le arriverà!
Sono stata internata prima a Ville-Evrard, poi con il pretesto della guerra ci hanno trasportato qui a Montdevergues vicino ad Avignone (Vaucluse). Inutile raccontarle quel che ho sofferto dopo esser stata strappata dal mio atelier per essere rinchiusa in queste terribili case di cura!
All’inizio Charles Thierry ha cercato di tirarmi fuori di qui, ma poi non ho più avuto sue notizie!
Cara Henriette! Se volesse scrivermi e darmi notizie sue e dei suoi figli, mi farebbe molto piacere! Non parli con nessuno della mia lettera perché mi procurerebbe dei problemi.
Camille Claudel
a Henriette Thierry, 1915
Mia cara cugina,
malgrado le varie disavventure che ci hanno separate non dimentico che giovedì prossimo è santa Maria Maddalena e voglio farle gli auguri come se le fossi ancora vicina.
Sfortunatamente non vengo a porgerle i miei auguri con un fiore, ma con le lacrime agli occhi. Le lacrime dell’esilio, le lacrime che ho versato goccia a goccia da quando sono stata strappata al mio caro atelier. Lei che conosce il mio attaccamento alla mia arte può immaginare quanto abbia dovuto soffrire nell’’esser di colpo separata dal mio caro lavoro, lei che mi conosce così bene malgrado le mie stupidaggini e le mie incoerenze!
Camille Claudel
a Marie-Madeleine,
luglio 1915
 LA VALSE DI CAMILLE 1889
 Il compositore Claude Debussy, con il quale Camille ebbe una breve relazione, conservò  ”La Valse” di Camille Claudel sul proprio pianoforte per tutta la vita
Quello che vi ho propoposto è un ritratto di Camille Claudel attraverso la selezione di alcune delle sue lettere, raccolte nel volume “Corrispondenza” edito da Abscondita, generosamente regalatomi dal mio amico Edoardo Pelligra. 

Questo articolo è stato pubblicato per BamboleSpettinate&DiavoleDelFocolare e per LeVoltaPagina. 

lunedì 21 gennaio 2013

Agata, «più ribelle delle Pussy Riot» Riflessione laica sulla Santuzza





Agata, «più ribelle delle Pussy Riot»
Riflessione laica sulla Santuzza

Mentre Catania si prepara ad accogliere la sua santa patrona, c’è chi vuole ricordare lavergine e martire etnea come una giovane donna che, per difendere la sua libertà di scegliere, si è ribellata al potere di un uomo. A costo della vita. Una «femminista ante litteram e vittima di femminicidio», esempio «anche per la nostra generazione». Al di là di celebrazioni e santità. Riprendiamo l’articolo di Elena Caruso sul blog LeVoltapagina
agata ribelle_dentro
Catania si prepara a celebrare l’amatissima patrona Sant’Aituzza, come la chiamano affettuosamente i catanesi. State tranquilli, non è l’ennesimo articolo, tra i tanti che fioccano in questo periodo, per rimembrare la vita della “vergine e martire”, o per descrivere il programma dei festeggiamenti agatini, che ogni anno si susseguono il 3, 4 e 5 febbraio nel capoluogo etneo. È mia intenzione, invece, condividere la mia riflessione sul senso che ho cercato di dare a questa commemorazione: se ha, e quale, un significato per me. Sono una smidollata anticlericale, a tratti sacrilega e blasfema e anche irriducibilmente anaffettiva e allergica a qualsivoglia festa popolare e tradizionale, che sia Natale o Pasqua. I festeggiamenti mi provocano un fastidio non indifferente, e rendono Catania, in questi giorni, una no-fly-zone per me.
Ad aggravare il quadro, poi, la cornice, eufemisticamente e generosamente definibile “poco luminosa”, che circonda l’organizzazione e lo svolgimento della festa. Ma non voglio togliere lavoro a Report e alla magistratura. Pensate, quindi, a quale peso può avere avuto Sant’Agata, con i suoi pomposi festeggiamenti, nei miei 22 anni di vita. Nessuno. O quasi, se includo qualche specialità agatina  (le minne, che buone! Vi consiglio di assaggiarle se non le conoscete) e il giorno di vacanza ai tempi del liceo. Possiamo dire che per un periodo la festa di Sant’Agata è stata per me dolci e calia. Fino ad oggi, Sant’Agata mi è stata pressocché estranea e indifferente.
Eppure quest’anno ho trovato, finalmente, dei profili di interesse in questa “Santa”. L’ho spogliata dei suoi santi paramenti e ho cercato Agata, la persona. Ho trovato una mia giovane coetanea, 21 anni, bella e ribelle. Ma una ribelle di quelle doc, da far invidia alle Pussy Riot, una che si è messa contro il Potere. E il Potere, nella Catania del 251 d.C, aveva un nome e un cognome:proconsole Quinziano. Lui la desiderava (o forse desiderava il suo denaro – Agata era anche molto ricca) e intendeva possederla in ogni modo. Agata lo rifiuta, ripetutamente, sopportando inimmaginabili torture, fino all’estremo sacrificio. Siamo nel 251 d.C., eppure Agata si comporta dadonna emancipata, si oppone in ogni modo ad una scelta imposta. Da eroina sfida il Potere, rivendicando la libertà di autodeterminazione, la libertà di scegliere. C’è una forza imbattibile in lei dinanzi alla quale i seni strappati e i carboni ardenti suonano come insignificanti cattiverie: la forza che proviene dalla consapevolezza di difendere le proprie idee e la propria libertà. Anche la libertà di accettare la morte. Agata come eroina ribelle diventa un esempio, un modello al quale ispirarsi: Agata, questa Agata, quindi, può ancora parlare e ha qualcosa da dire anche alla nostra generazione.
Sta a ciascuno di noi individuare il proconsole Quinziano da sconfiggere. Giocando con la storia, mi piace pensare che il temperamento di Agata nel 251 d.C. riviva, nella nostra contemporaneità, nei corpi giovani e nudi, per esempio, delle ribelli Femen, quelle che hanno protestato in piazza San Pietro pochi giorni fa, a seno nudo (strumento di lotta e libertà). Ma Agata è stata anche vittima di un femminicidio. A fronte della violenza che ancora oggi viene perpetrata sul corpo della donne, non ci resta che constatare l’amara verità dei fatti: dal 251 d.C. forse non è molto cambiata la sorte per (molte!) donne, anche catanesi (se penso alla giovane Stefania Noce). Agata, Stefania e tutte le altre donne hanno rivendicato il potere di autodeterminarsi contro una cultura maschilista che concepisce le donne come “oggetto” degli uomini, da possedere, di cui disporre, su cui esercitare quello che i latini chiamavano jus vitae necique. Adesso, quando penso a Sant’Agata, vedo una mia antenata ribelle, una femminista ante litteram. E vedo anche una vittima di femminicidio, di una mattanza che non si è ancora arrestata.
Leggi l’articolo di Elena Caruso sul blog LeVoltapagina.

Questo articolo è stato scritto per Le VoltaPagina, ripreso da CtZen e in pubblicazione sul blog femminista Bambole spettinate & Diavole del focolare. Di seguito, vi propongo una foto che ho scattato col cellulare nella Casa Stesicorea di Antonio Presti nell'Ottobre 2012. 


Aiace e Fedra, drammi della follia


Aiace e Fedra, drammi della follia

In scena fino al 20 giugno per il XLVI ciclo delle rappresentazioni classiche, due tragedie sul prezzo della vergogna. Per gli spettatori, un invito a riflettere su un sentimento che sembra non trovare più posto nella società di oggi

Al teatro di Siracusa, per assistere alle rappresentazioni tragiche, ieri come oggi. Gli Antichi Greci vi si recavano, è noto, in occasione delle feste Dionisiache. E l’agone tragico, della durata di tre giorni, prevedeva una tetralogia (cioè tre tragedie e un dramma satiresco) per ognuno dei tre autor scelti. Un’occasione che coinvolgeva tutta la polis democratica. A tal punto che era previsto un sussidio per i meno abbienti, di due oboli: il teoricon. A teatro si discuteva, si rifletteva dei problemi della polis, che venivano messi in scena.
E oggi? I Greci riflettevano a teatro. Noi, invece, più rozzamente, davanti al televisore (magari guardando un talk show). Certamente qualcosa è cambiato. Non si discute affatto sul problema della rappresentazione. L’oggetto di interesse è altro. E’ lo spettacolo, la recitazione, icostumi, le scelte registiche, le scenografie. Di questo si discute.

Sul palco di Siracusa per il ciclo delle rappresentazioni classiche (nel video, il trailer ufficiale della manifestazione organizzata dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico) quest’anno, sono approdatiFedra e Aiace. Il filo rosso che li lega è la follia, che inesorabile li conduce al suicidio.
Fedra ovvero Ippolito portatore di corona, del più giovane e criticato dei tre tragediografi, Euripide, è in scena nella traduzione di Edoardo Sanguineti, scomparso il 18 maggio scorso.
Una traduzione che è risultata incomprensibile e ostica al pubblico. E che, invece, è da apprezzare, a parere di chi scrive, proprio per la sua difficoltà, ruvidità e il suo tono classico. Una“traduzione a calco”: così l’ha definita Sanguineti. Perché: “Bisogna grecizzare l’italiano, non italianizzare il greco”.
Una Fedra, per la regia di Carmelo Rifici, all’insegna dell’essenza, della semplicità. Anche nella scenografia minimalista, basti pensare al “cavallo a dondolo”, nelle scene finali. Una scelta che certamente paga il confronto con la Medea dell’anno scorso, per quanti ricordano ancora l’ultima scena dell’eroina sul carro del Sole. Ancora peggio, se il termine di paragone è lo spettacolare Aiace sofocleo (nella traduzione di Guido Paduano, diretto da Daniele Salvo). Il dinamismo offerto dallo specchio d’acqua al centro del palco, su cui cammina Atena, in apertura, e sul quale si muove, nell’arco di tutta la rappresentazione, il coro dei marinai achei. E ancora la tenda di Aiace: una scatola nera che si apre “a sorpresa”. In un ritmo crescente di spettacolarità che ha il suo apice nella scena finale “infuocata”. Una scenografia in cui si combinano i quattro elementi: acqua, fuoco, terra e aria. E il sangue e gli animali sgozzati nella tenda come espressione della follia dionisiaca di Aiace, che entra in scena ancora delirante. Da contraltare la disperazione e il dolore dell’Eroe, una volta rinsavito, e della serva Tecmessa.
Fedra e Aiace pagano caramente il prezzo della vergogna. Nella tragedia euripidea, l’amore incestuoso per il figlio Ippolito. In quella sofoclea, l’eccidio nel campo acheo. Entrambi vivono in una civiltà della vergogna, nella quale, l’unica scelta possibile è il suicidio. Fedra e Aiace, però, sono come giganti e, anche dopo la morte, continuano a restare in scena. Entrambe le tragedie seguono un modello a dittico. Nella seconda parte della Fedra, la tragedia si sposta sul destino di Ippolito portatore di corona. Nell’Aiace, alla morte dell’eroe, segue il dibattito sulla sua sepoltura (tema centrale dell’Antigone).
La follia di Fedra e Aiace è una macchia indelebile della quale vergognarsi e che può essere cancellata solo con la morte. Per gli spettatori, un invito a riflettere sulle dinamiche attuali ove non sembra vi sia rimasto posto per la vergogna.

Articolo pubblicato per l'ex portale Step1, oggi CtZen 

lunedì 7 gennaio 2013

Io, Olympe e l'inganno della storia- BamboleSpettinate & DiavoleDelFocolare




Dove sono le donne nella Storia? La loro presenza è un evento eccezionale. Mi vengono in mente, disordinatamente, pochi nomi: Elisabetta I “La grande”, Cleopatra e l’imperatrice Sissi (quest’ultima per merito di film e cartoni). La Storia, quella ufficiale che si deve insegnare e imparare, nonostante il genere femminile del nome, ha preservato la memoria e difeso dall’oblio del dimenticatoio solo i suoi figlioletti maschi. Si parla solo di uomini e solo loro hanno fatto la Storia ufficiale, quella che va ricordata e tramandata. Neanche per un attimo si potrebbe avere il dubbio che si parli di maschi, perché solo loro c’erano, perché le donne non c’erano. La Storia (ufficiale) le ha inghiottite, consegnandoci una versione mozza del passato. Chi erano, cosa facevano le mie antenate? Di loro non c’è traccia, o quasi. Bel problema storiografico, col quale si sono misurate le prime storiche femministe.
Una cosa, per esempio, più di tutte mi ha allarmata (e offesa) nella mia condizione di giovane donna e studentessa (appassionata) di Legge e Diritti. La vicenda di Olympe De Gouges. Ho studiato la famosa Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino alle Elementari, alle Medie, alle Superiori e anche all’Università. Quindi quattro volte, tralasciando tutte le occasioni in cui mi sono misurata, in altri contesti che non fossero Scuola e poi Università, con questi fatti storici. Eppure ho dovuto aspettare quell’impostorica di Emma Baeri, storica e femminista, che mi aprisse gli occhi su quest’antenata dimenticata, che è morta sulla ghigliottina perché aveva scritto la Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina. Oltre il danno, la beffa ! Non essere neanche citata, per sbaglio, tra le righe di una nota a piè di pagina tra le mille (spesso inutili)che costellano i libri. Diamine, mi sono sentita ferita! Possibile che in tutti i libri letti, le lezioni ascoltate nessuno ne avesse mai parlato? Mi sono sentita ingannata, offesa nella mia intelligenza. Chi pensa di potermi raccontare solo ciò che gli fa comodo? Di plasmare le mie conoscenze e bloccare il flusso delle mie idee e dei miei pensieri a proprio piacimento? Mi sono sentita vittima di un complotto universale. E vi dirò più dettagliatamente perché la mia rabbia è grande, e l’inganno doppio perché quando studiavo a scuola la Dichiarazione di regime, quella dell’Uomo, si parlava di “suffragio universale” e non di “suffragio universale maschile“. Per quest’omissione furbesca, io mi sono sentita parte in causa, esultavo per quella Dichiarazione, come se fosse una vittoria anche mia, mi sentivo inclusa in quella conquista perché mi sentivo parte di quella parola “Uomo”, perché mi avevano abituata (e me n’ero convinta) che dentro la parola “Uomo” ci stesse anche la parola “Donna”. E quindi pensavo che quelle conquiste riguardassero anche le mie antenate, e me. Ma che ingenua! Nella polis noi donne non ci siamo entrate allora (cittadino non era e non è un nome neutro per cittadino uomo e cittadina donna), Cittadino era ed è cittadino uomo e basta. Perché, con la Famosa Dichiarazione, nessuna donna diventa cittadina. Ad esempio: non avrà diritto di voto, diritto riconosciuto solo ai maschi.
Ed è questo l’equivoco, anzi l’imbroglio: di indurci a sentirci cittadine nella polis, di farci credere di esserci. In realtà questa (non)presenza invisibile e neutrale era chiara nelle parole: cittadino, uomo. Olympe ci ha insegnato a reclamare la nostra presenza con nome e cognome, a rivendicare il nostro essere cittadine, con tutte le differenze.
Olympe è morta ammazzata in Place de La Concorde, le hanno mozzato la testa con la ghigliottina, come d’uso all’epoca. Sulle guide di Parigi però si parla solo della decapitazione di Maria Antonietta. Senza fare torto a nessuna delle due, quando vi trovate lì pensate a entrambe, ma più intensamente a Olympe de Gouges.
Elena Caruso

Boicottiamo i Cabin Crew Charity Calendar di Ryanair- Uagdc



BOICOTTIAMO I CABIN CREW CHARITY CALENDAR DI RYANAIR !

La nota compagnia irlandese di voli low cost promuove una campagna pubblicitaria all’insegna della migliore tradizione sessista.
Ne abbiamo recentemente parlato QUI.
Ecco cosa potete vedere sull’homepage del sito:
Come se l’estate non fosse ancora finita per Rynair con le sue “Tariffe Bollenti”, accanto l’immagine di una donna in costume.
La cosa più offensiva della pubblicità sta a mio parere nella precisazione che compare sotto la scritta della tariffa (bollente) : “E hostess piccanti!!!”.
Il messaggio mi pare chiaro. Come prendere due piccioni con una fava. A soli 9,99 Ryanair ti offre il volo e anche le hostess.
Fra l’altro, la mia solita malafede, mi ha portata a pensare che di certo questa fosse una campagna fatta ad hoc per il pubblico italiano. Di certo per gli altri acquirenti europei sarà diverso. Mi sbagliavo. Pubblicità sessista per tutti. L’offerta Ryanair è chiara.
Guardiamo per esempio al sito nella versione belga con il suo “Tarifs & équipages
E così scorrendo ogni lingua. Nessuna differenza, stesso calendario.
Quando c’è da essere sessisti siamo tutti europei senza differenze!
Ma seguiamo le indicazioni della homepage dove, più piccolo in basso si legge “Clicca qui e compra subito il calendario di beneficienza 2013 delle assistenti di volo Ryanair”.
Ho cliccato e mi sono ritrovata questa schermata:
The Girls of Rynair posano sexy in bikini. Il calendario costa 10 euro. E vi sono una serie di voci da compilare per acquistarlo. Ovviamente non ho proseguito l’operazione. Fra l’altro non è chiarito per quale opera benefica siano destinati i proventi di questi charity calendars.
Alle hostess vittime della compagnia irlandese?